Mala testa

Era un bassorilievo, un ritratto di profilo, il naso si notava per primo, con quella gobba pronunciata, un naso forte. La bocca, una bocca così credo si chiami volitiva, non so cosa significhi ma credo che si dica così. I capelli erano acconciati a caschetto su una testa a pera con fronde tra le ciocche pettinate e con la frangetta che arrivava poco sopra le sopracciglia.  A dire il vero quella fronte inesistente non gli conferiva un’aria molto intelligente, un carattere deciso, ma non un’aquila. La cosa che mi disturbava era proprio la testa, così: a pera, non riuscivo a trovare una definizione che calzasse meglio, a scuola, quando ero giovane, l’avrei definito, papale papale, una testa di cazzo. Aveva l’aria tipica di uno con cui non hai voglia di averci a che fare, o lo subisci uno così o non hai niente da dirgli. una testa oblunga, coperta con quel ridicolo parrucchino, l’attaccatura dei capelli così bassa, come l’uomo di Cro Magnon.

Aveva gli occhi piccoli, da predatore, uno che prende moglie per convenienza di censo e la prima notte spiccia la cosa senza preliminari. Sì, quello sguardo fisso davanti a se, sprezzante, un uomo abituato a disprezzare chi si trova davanti, a meno che sia più potente di lui, o gli serva.

Il collo era potente, saldo ma non tozzo, una leggera camiciola dolcevita lasciava intravvedere un petto robusto, nascosto dalla ghirlanda di alloro che circondava il ritratto, ornata di nastri svolazzanti, come erano svolazzanti i nastrini che legavano la coroncina di foglie e bacche che gli cingeva il capo.

Girai la cartolina, l’opera si trova a Rimini, ti pareva… un vitellone, scolpita da un certo Simone Fiorentino e ritraeva Sigismondo Malatesta.

Malatesta… una testa di cazzo.

 

sigismondo malatesta

Discorso di capo rififi alla sua nazione

Diversamente da chillo stronzo che sta ‘n coppa a sto paese emmerda, sarò breve:

Tornare in questo posto mi dà i brividi, sento fantasmi ovunque e sto seduto in mezzo a un cerchio deserto, dove solo le ombre più care stanno a sentirmi. L’anno che stiamo gettando in discarica, il 2013, manco a dirlo, per non essere superstiziosi, è stato segnato, più che da ogni altra disgrazia, dalla morte.

Sono così tanti i morti memorabili di questi ultimi dodici mesi che per elencarli tutti ci vorrebbe un anno di tredici mesi, che peggiorerebbe senz’altro la situazione aprendo a altri trenta giorni di ulteriori, tragici, lutti, e non ne abbiamo proprio bisogno.

Lutti e malattie, chemioterapie e violenze, depressioni e angoscia, ci spingono a disperare, ma, per citare un famoso film distopico: “io sto qui, adesso, davanti a voi, assolutamente tranquillo. Perché?! Perché credo fermamente in qualcosa e voi no? No! Mi vedete qui, senza il minimo timore, perché mi ricordo, mi ricordo che sono qui, non grazie al percorso che scorgo davanti a me, ma grazie al percorso che mi sono lasciato alle spalle…”, così non dispero e lasciando da parte gli auspici rituali di un anno a venire migliore di quello passato, mi dico, e vi dico: non prevarranno, dolore e morte sono già condannati e i pericoli, le difficoltà, e i lutti che ci offrirà il nuovo anno ci renderanno più forti, e anche se cadremo, se anche perderemo la speranza, se anche saremo segnati nella carne più intima e cara, non saranno che i disordinati colpi, sconfitti e disperati di un nemico senza dignità e senza corpo, senza nessuna realtà che non siano quei brandelli di paura che noi, e noi soli, gli elargiremo nella nostra innata pietà.

Fa bene stare qui, davanti a nessuno, facendo deserte esortazioni che non porteranno delusioni, né illusioni, lasciandole risuonare tra le pareti virtuali di questo tempio desolato di memoria, che fu vivo, ma che mai è bastato.

Meglio, molto meglio che parlare nella piazza, davanti a tutti, i tutti che non sono più la mia nazione estinta, ma solo pratica virtuale di amicizia tecnica.

In conclusione, visto che é usanza ininterrotta citare qualcosa in questo mio sproloquio funebre per un anno che seppellisco con piacere, e che fra le tante speranze ce n’é una particolarmente viva, offrirò un liturgico brindisi, e chissà che presto o tardi non possiate leggere il resto.

“Cosa mangi stasera Beppe?”

“Non so, immagino che si debba festeggiare…”

“Mai festeggiare una vittoria, meglio bere alla salute di chi ha perso, la sconfitta è la regina della nostra vita e noi, suoi sudditi, la omaggiamo così, con un bicchiere alla sua salute, che è sempre ottima.”

“Come sai, come fai a sapere, quando ami veramente una donna, che quella è la donna con cui vuoi passare tutta la tua vita, Filippo?”

“Quando la perdi, immagino…”

“Dai, versa e piantala di dire stronzate, ho perso troppe donne per vivere con loro tutta la vita, ti immagini che inferno?”.

 

 

Valter Binaghi

 

Mi ha scritto qualche giorno fa, mandandomi quella che lui chiamava un’eredità, un breve saggio sulla conoscenza simbolica, sapeva che l’avrei criticato, a modo mio, così che la sua eredità è ancora una lite su questioni di filosofia.

Questo ci ha sempre legato, litigare su cose di cui non condividevamo l’impianto conoscitivo, teologico e morale.

Infatti non ricordo uno scambio con lui che non fosse una polemica, una provocazione, un contraddittorio, non andavamo d’accordo su niente, ma Valter suonava il blues.

Adesso che è morto, che non posso più tirargli invettive sulle sue idee, che non posso più andare a Busto Garolfo a conoscerlo di persona, cosa che non mi perdono di non aver fatto, posso dire che da lui ho imparato che l’affetto viene prima delle idee, idee che gli avrei spaccato in testa, ma che non ci hanno mai impedito di sorriderci come due vecchi commilitoni, che avendo visto la guerra, non si impressionano per le scaramucce sulla rete.

Eterna la tua memoria indimenticabile fratello nostro, trova riposo e luce nel grembo che ti accoglie.

Taksim

Istambul Taksim

Istanbul, battaglia in piazza Taksim, 20 feriti
La protesta: «Non distruggete Gezi Park»

Il Comune vuole sradicare 600 alberi per fare centro commerciale. Folla dispersa con lacrimogeni. Feriti deputato e giornalista

Ci sono anche un deputato e un noto giornalista tra i feriti – sei, attualmente – negli scontri scoppiati fra i reparti anti-sommossa della polizia e le centinaia di manifestanti che occupano da lunedì Gezi Park, accanto a Piazza Taksim, a Istanbul. La protesta tiene banco da ormai quattro giorni nel cuore della megalopoli del Bosforo, per impedire che uno dei pochi spazi verdi del centro venga distrutto per fare posto a un centro commerciale. Venerdì mattina agenti in tenuta antisommossa hanno usato gas lacrimogeni e idranti per disperdere i manifestanti che partecipavano al sit-in per impedire l’abbattimento di alberi. Alcuni manifestanti sono rimasti feriti quando è crollato un muro sul quale si stavano arrampicando per sfuggire alla polizia.

Nel quarto giorno di proteste contro il piano del governo di ristrutturare la piazza, è rimasto ferito Sirri Sureyya Onder, deputato turco del partito curdo Bdp e uno dei simboli della protesta contro la distruzione del parco. L’agenzia Dogan riferisce che anche un noto giornalista, Ahmet Şık, uno dei più famosi giornalisti turchi, noto per un suo libro critico nel confronti del governo, è stato ricoverato dopo essere stato colpito alla testa da un candelotto di gas lacrimogeno.

Gallery

 

 

 

 

 

 

 

 

Babsi Jones

Ieri fanno esattamente sei anni dal primo contatto diretto con lei, e l’inizio di un dialogo silenzioso che ancora non si è fermato, nonostante non abbia più notizie di lei dal ventisei ottobre dello stesso anno.

Le amicizie della rete sono state per me fonte di grande gioia e alcune hanno segnato profondamente i miei giorni, altre come sono arrivate fiammeggiando, così si sono dileguate nel nulla. Io di Babsi seguivo il blog e ho potuto seguire la genesi della pubblicazione del suo libro, attendendone l’uscita con una certa apprensione. Ciò che ci siamo detti e che ho continuato a dirgli, naturalmente sono sigillati nel segreto istruttorio, fino al giorno del giudizio.

E’ inutile dire, per chi ha letto i miei post, che considero “Sappiano le mie parole di sangue” un libro fondamentale, una delle radici di questo nuovo millennio, oggi di tutte le cose che cercavo e trovavo su internet, degli argomenti di cui parla, non c’è più nulla, provate a cercare un link sul “Yu-prog”, o sul Transatlantic, ristorante balcanico nel quale si programmò sangue, spartizione e controllo, a malapena si trovano notizie del libro, giusto che è un volume Rizzoli.

Bene, siccome non ho modo di parlare con te, mia cara amica Babsi, o Barbara, copio e incollo un tuo post, che mi ricorda la tua presenza.

Édith e mia madre, di Babsi Jones.

 

Ieri ho portato mia madre a vedere “La vie en rose”, ed era in un certo senso il mio regalo per la festa della mamma (in anticipo, ma i giorni liberi che ho sono da centellinare). Il regalo non consisteva tanto nel pagarle il biglietto del cinema e offrirle pop-corn e bibita, quanto nel darle l’opportunità di metter piede in un cinema anziché guardare i soliti film alla “tivvù”: mio padre detesta i cinema da quando è adolescente, figurarsi ora che vive la sua quotidiana lotta con metastasi e affini, sicché a vedere un film “nelle sale” non ce la porta mai. Il regalo consisteva nell’ascoltare i suoi racconti legati alla sua infanzia e al suo andare al cinema di allora: quando la domenica poteva, grazie all’oratorio, vedere tre pellicole di fila, e come “snack” poteva acquistare mezzo limone e un bastoncino di liquirizia: quel bastoncino, che scavava la polpa dell’agrume, doveva durarle un pomeriggio. Per lei erano domeniche di gioia. È implicito che lo “snack” era il risultato di mezz’oretta all’angolo della piazza: “per favore, signora, signore, sono povera, posso avere una moneta?” Mia madre mendicava in dialetto, e raggiungeva sempre la cifra necessaria: forse perché diceva la verità. Era poverissima. Era l’ottava di undici figli (sopravvissuti: 7), partoriti in fretta da una donna che sarebbe morta a 42 anni, lasciandola orfana: il padre era alcolista e latitante e mia madre si ritrovò a dodici anni a nettare le budella dei maiali, finché non scappò a Milano, dove ebbe il suo primo paio di scarpe (fino ad allora, zoccoli: d’estate come d’inverno), la sua prima stanza tutta per sé (in famiglia, dormivano in una decina in un piccolo locale ricavato in una soffitta, in affitto da uno sfruttatore che, se ho capito bene, vendeva granaglie e si chiamava Tito), e dove imparò a parlare in italiano. A leggere e a scrivere correttamente — questo “correttamente” è relativo — avrebbe imparato più tardi, sui miei libri delle elementari. La povertà della mia infanzia, paragonata a quella di mia madre, è semplicemente ridicola. Quando ascolto i suoi ricordi d’infanzia — il padre che, venditore di scope di saggina e di lisciv(i)a, più propenso alla bottiglia e alle puttane che al commercio ambulante, che si faceva vedere una volta ogni sei mesi, picchiava la moglie per portarle via quelle cinque lire, tirava due bestemmie perché in casa non trovava vino e se ne andava —  mi chiedo cosa comprendo di mia madre, del suo modo di osservare e percepire il mondo. Guardando “La via en rose” abbiamo pianto entrambe. Lei ha rivisto se stessa, almeno per la prima parte, quella in cui si vede una Édith Giovanna Gassion miserabile, fra bordelli e acrobati, che chiede la carità; io ho rivisto me stessa quando Édith, già Piaf, è china in un cesso di un camerino e ha paura di uscire in fronte al pubblico che la acclama: le paure degli artisti si somigliano, si somigliano le instabilità e le paranoie. Non saprei spiegare perché: lascio le dissezioni del “Patologico Creatore” agli accademici titolati: devono pur guadagnarsi da vivere, ‘sti operatori culturali. A differenza dei miti “femminili” della mia vita (Frida, Patti, Janis, Billie, Virginia, Camille) io ho scoperto la Piaf piuttosto tardi: quando ascoltai “Non, je ne regrette rien” e dissi a me stessa che avrei messo il testo, un giorno, in esergo a un mio libro (magari il prossimo). Il film è ben fatto, è un buon film: certo, l’arguto cinéphile troverà da ridire, ma per mia fortuna non mi occupo di critica né di anatomia patologica.

Quando siamo uscite, il sole era ancora caldo: avevo la febbre, l’ho scoperto poi a casa, avevo la febbre come quando vidi per la prima volta “Underground”. Abbiamo fatto un lungo tratto a piedi, io e mia madre, tenendoci stranamente per mano; “credo che la tua vita meriterebbe di essere raccontata non meno di quella di Édith Piaf”, le ho detto, ma la frase si è persa, sovrapponendosi alla sua: “vedendo questo film ho capito che certe persone, che forse possiamo chiamare artisti, soffrono in un modo diverso dagli altri, come… amplificato”, stava dicendo. E mi guardava come sul grande schermo guardava Édith: con gli occhi sgranati. Dei ragazzini in Piazza Baiamonti stavano facendo acrobazie con gli skate, alcuni discutevano a voce alta di suonerie e gadget per il telefonino. “Chissà, se vedessero il film, cosa capirebbero di Édith Piaf”, ha detto mia madre piano, perché non la sentissero. Rien de rien, ho pensato io, che da tempo ho smesso di essere ottimista.

Discorso alla sua nazione del presidente dei topi

E grazie al cielo non degli italiani.
Quest’anno chiude, per me, con due parole “fine” che spero siano l’inizio di un vecchio progetto.
Enigmatico, non c’è che dire, ma a suo tempo ogni cosa sarà evidente. Comunque sia è tempo di bilanci, e quindi mi dedicherò al mio falso in bilancio, visto che non si corrono più rischi.
per cominciare, l’attività del blog è fallimentare, però ho un sacco di amici su facebook, gli unici con cui non ho più scambi sono gli amici di Splinder che sono finiti come me su facebook, e così mi piego al primo pietoso buon proposito per l’anno nuovo; riprendere l’attività su rififi.altervista.com, sperando che l’asta non vada deserta come al solito.
Andiamo pure avanti, anche se non so più a chi rivolgermi, l’esperienza mi insegna che quando nessuno ti ascolta stai parlando a te stesso, e così mi sembra sensato fare, ammesso che anch’io mi dia retta.
L’anno che viene porterà con se molta fatica, ci sono nella bisaccia un paio di grandi dolori, anche tre, chi lo sa quanti, daltronde sono arrivato ad un’età in cui le persone che non vedo mai e che incontravo a battesimi e matrimoni, le incontro ai funerali.
Mi manca la musica ai funerali, ogni tanto penso di portare il saxofono e suonare per il morto, ma se poi si disturbano i vivi, come si dice i riti funebri servono a chi resta, che non è privo di senso, e, visto che gli ultimi a cui sono stato a Torino, in chiesa nessuno si è sognato di pregare per i peccati del morto, e si sono risolti in un chiacchiericcio sulla sua eccellenza e sul magnifico destino che attende la sua anima, meglio sarebbe fare una festa con pasticcini e spumantino con un po’ di musica.
Che bella coppia siete, dove vi siete conosciuti? a un funerale…
Ecco, sempre a parlare di morti, morti, morti, come se non ci fossero altri argomenti per ricordare l’anno che siamo qui riuniti a seppellire. Di vivi qui ormai ce n’è più pochi che si facciano vivi, e quando si lascia solo uno come me, poi per parlare con qualcuno sto lì a pensare ai miei morti e a raccontare le loro storie.
Quindi per passare alle parti attive del bilancio, posso considerare un’acquisizione a cui ho donato integralmente il cuore, senza la quale non posso più vivere, respirare e mangiare, ve la presento in un suo video che trovo espressivo.
Questo amore ha avuto una fugace ombra quando, in un breve viaggio a Costantinopoli ho incontrato una banda di strada di cui purtroppo non ho immagini, ma musica che potete trovare qui, non tutto mi piace ma avendo visto la ragazza in azione le viene perdonato tutto
yolda
Altra notizia di cui forse vale la pena fare menzione è che un amico chiude il blog, o i commenti, non ho mica capito che casino ha fatto, comunque ha cancellato l’archivio, io ho fatto i salti mortali per salvarlo, mah, probabilmente ha ragione lui, è stata una bella stagione, rip.
Veniamo ora alla parte positiva, agli auguri, che poi passo con la bomboletta a versarvi due dita di Gancia spumante.
L’anno che viene porta povertà, sistemi di controllo, censura e vessazione, fate attenzione a quello che scrivete per carità, lamentatevi poco e tenete duro, i molluschi al potere hanno rivestito la corazza puzzolente di una conchiglia morta e affidano ai tentacoli delle attinie pelose l’esazione del sangue dei governati, ma noi siamo ancora umani e non prevarranno, facce di cipolla che piangono, debosciati e eunuchi non stanno al potere per virtù propria, ma sono servi, schiavi, con emolumenti di aragoste e figa, di cui non sanno che farsene così come un’oloturia non saprebbe che farsene di un violino.
Bene, fatti gli auguri non resta che dire a quelli che mi mancano che mi mancano e che a quelli che valgono che valgono, per me naturalmente, che spesso l’autostima è bassa anche in fiaccole di poesia e amore.
Vestitevi come volete e quando siete felici siatelo, il resto lo sapete gestire sicuramente meglio di me.