Visto che in quaresima non è sbagliato ricordare i morti, ricorderò anche lui, ma senza la sua voce che non amavo, ma con questo capolavoro a testimonianza della grandezza di Lucio

Περιπλανώμενη Ζωή

Lo ripeterò fino alla nausea, in faccia al più accreditato esoterista.

Nel dolore umano è seminata la salvezza, non c’è progresso che l’umanità abbia conosciuto, progresso umano, non tecnico, progresso spirituale e di conoscenza, che non sia stato accompagnato dal dolore.

A dieci anni Sotirìa, affascinata dal canto bizantino voleva cantare, il nonno Sotìris era prete nella chiesa di Halia sull’isola Ivya, Eubea come si dice da noi, dove la nipotina era nata e frequentava la chiesa.

A tre anni cantava già molto bene e crescendo desiderò intraprendere la carriera artistica.

Sua madre Eleni quando lo seppe la picchiò, suo padre Kiriàkos, mercante di spezie, le comprò una chitarra e le pagò delle lezioni private.

Cominciò così nel dolore delle botte e nell’incoraggiamento, la storia di Sotirìa Bellou, una delle più amate rebetisse, dalla voce orgogliosa e forte, lo sguardo fiero e un’anima da guerriera.

Ad Atene incontrò Vassilis Tzitsanis, e incise i primi dischi, era il 1940, il 28 di ottobre l’Italia si svegliò una mattina presto per dimostrare qualcosa a se stessa, ma ricevette un No.

La guerra iniziò, e come si dice: si danno e si prendono, gli italiani furono massacrati, ma le divisioni panzer tedesche invasero la penisola da lì a poco.

A 17 anni si era sposata contro il parere dei genitori, facendo un pessimo affare, maltrattamenti, abusi e violenza, la luna di miele durò sei mesi, concludendosi con un bicchiere di vetriolo che sfigurò il marito.

Fu condannata, ma se la cavò con sei mesi di detenzione, tornò a casa dove venne picchiata più volte dai parenti per lo scandalo causato alla famiglia.

Per questo fuggì ad Atene dove i suoi persero ogni contatto, la ascolteranno più avanti sui numerosi dischi.

Si unì alla resistenza greca, catturata dai nazisti, fu torturata e imprigionata, finita la guerra mondiale, si unì alla sinistra nella guerra civile e finì in prigione, condannata da quelli che l’avevano liberata.

Amava giocare e bere, per questo visse in povertà e subì l’ospedale psichiatrico.

Durante un concerto, nel ’48, degli attivisti di destra salirono sul palco e la picchiarono, ma nessuno si alzò a difenderla, ne tra i musicisti ne tra il pubblico.

Lesbica dichiarata in un’epoca che non conosceva ancora l’apertura dei costumi, invecchiò dimenticata, con pochi amici che la sostennero, fino alla morte per cancro nell’agosto del ’97.

E’ sepolta vicino al suo maestro ed amico Tsitsànis, che per lei compose questa canzone.

Perdonate un post didascalico, ma cercate di capirmi, anche il mio cuore ha i suoi limiti e per ricordare Sotirìa non riesco che a trovare qualche parola su wikipedia, ed è sufficiente a farmi sanguinare, se vi annoia il testo, vi bastino le canzoni, se non vi piacciono le canzoni guardate le foto, ma non dimenticatevi di lei.

Qui, negli ultimi tempi con la nipotina Aretì, in un toccante ripercorrere le parole della sua vita

Περιπλανώμενη ζωή               Vite erranti
περιπλανώμενο κορμί.            corpi erranti

Απ’ τις βαθιές μου τις πληγές  dalle mie profonde ferite
το αίμα αργοσταλάζει              il sangue esce lento
και τώρα που ζητώ στοργή     e adesso che chiedo affetto
κανείς δεν με κοιτάζει.              nessuno mi guarda

Περιπλανώμενη ζωή               vite erranti
περιπλανώμενο κορμί.             corpi erranti

Τον πόνο έχω αδελφό               ho un dolore, fratello
μα τον κρατώ βαθιά κρυφό    ma io lo tengo nascosto a fondo
δεν έχω φίλους για να πω       non ho amici per dire
το ντέρτι που με καίει               la passione che mi brucia dentro
να ξαλαφρώσω την καρδιά   per consolare il cuore
που μέρα νύχτα κλαίει.             che piange notte e giorno

Περιπλανώμενη ζωή            vite erranti
περιπλανώμενο κορμί.          corpi erranti

Πού είσαι μάνα να με δεις    dove sei mamma per vedermi
να κλάψεις να με λυπηθείς  per piangere il mio dolore
απόκληρος μες στη ζωή       reietto dalla vita
κι από όλους ξεχασμένος     e dimenticato da tutti
να περπατώ και να πονώ     a camminare e a soffrire
είμαι καταραμένος.               sono condannato

Περιπλανώμενη ζωή           vite erranti
περιπλανώμενο κορμί.        corpi erranti

(Vassilis Tsitsànis, Periplanòmeni Zoì)

Visione naturale della poesia secondo gli slavi

Tempo fa, sul blog di mirumir, che periodicamente visitavo, come da giovane certe case inusuali, e su cui trovo oggi questa frase che è icona del nostro esilio informatico e frutto della miglior genìa blogger:

Dopo dieci anni di manutenzione, Splinder oggi chiude.

visitando questa casa, dicevo, trovai questo, e lo tenni, oggi desidero condividerlo:

Visione naturale della poesia secondo gli slavi

 

[Visto che di Kruglov è stato tradotto molto poco, e non questa poesia, vi tocca leggervi la mia traduzione: ma se riesce a non intralciare troppo l'originale non sarà un post buttato via. Il titolo richiama quello della fondamentale opera di Aleksandr Nikolaevič Afanas'ev - il grande studioso della fiaba russa - Visione poetica della natura secondo gli slavi, 1865-9].

 

Visione naturale della poesia secondo gli slavi

di Sergej Kruglov

 

La creazione poetica è nera tenebra.

Vicolo cieco, punto morto, gola, buco.

Casa abbandonata, villaggio fantasma, folto del bosco in notte senza stelle, pozzo isolato, sacco sulla testa (e colpo); armadio e naftalina (e strega, babau, mano nera, che invisibile scruta dal buio).

Le sono soggetti i solitari soltanto, i bambini malati, i bambini spaventati, menomati, i bambini ciechi,

i bambini con le gambe paralizzate, con vizi cardiaci congeniti,

i bambini che bagnano il letto nel sonno,

i bambini nella cui camera il lume si è spento all’improvviso,

i bambini cresciuti senza madre,

i bambini che l’infanzia, il sole, la luce, l’aria, le foglie, l’acqua, il badminton, le corse, le risate

hanno condannato alle tenebre.

 

Non vedi nulla davanti a te, né alle tue spalle. Ma qualcuno ti costringe a entrare nel buio. Ad andare verso un ipotetico avanti.

Trovare un’analogia

al tormento, alla pena di questa spinta

il bambino potrà soltanto se cresce, sopravvive, o magari – e questo è più raro – mette al mondo dei figli e in seguito alleva nipoti, e allora, settantenne,

seduto su una sedia in giardino nel sole di un giorno di luglio, mentre il nipotino o la nipotina giocano, ridono, danno la caccia agli insetti, sudati corrono a bere, ti sgusciano dalle mani e tornano a correre, sole e luce – l’ago nero punge a un tratto quella bolla luminosa,

e tutta l’essenza del vecchio bambino-poeta si contrae nella disperazione:

“Signore, il mio povero piccolo! Fai che non cada nel pozzo, afferralo, non lasciarlo andare!

Posagli una mano sulla fronte, restagli accanto, cantagli la notte una canzone che non gli faccia paura, dimora con lui nel suo cuore!…”

e sembra essere giunto il momento delle lacrime diluite e abbondanti di vecchio. Ma non ci sono lacrime, lo sguardo si fa di pietra, cieco. Vede e non vede:

i fantasmi di voci estranee, non familiari, non quelle, aliene – ma devi andare avanti, afferrare i fantasmi;

tasti l’irregolarità dei muri: cos’è?

sono crepe? porte? nicchie? lettere in bassorilievo?

Vuoti, dove si squaglia un dolcissimo orrore?

Niente; e il bambino, controvoglia, cedendo a un impulso misterioso, muove la mano tesa dall’alto al basso, allunga le estremità delle dita a tastare, afferrare, stringere;

e affila lo sguardo, accecato dal buio, per spingersi nell’oscurità e arrivare laggiù, alla curva del corridoio e oltre, fino a vedere la strada invisibile.

Con tutte le forze si allunga nel buio.

Questo è scrivere: vincere le tenebre facendosi tenebre.

E non c’è niente di bianco – farfalla, cavallo spettrale, semitono, luna, vento fosforescente – nel nero fiume dannato della poesia, che scorre verso una luce sconosciuta e inesistente.

 

Originale: “Природные воззрения славян на поэзию

 

Sergej Kruglov, nato nel 1966, ha studiato giornalismo a Krasnojarsk e ha poi lavorato come reporter nel giornale locale di Minusinsk. Nel 1999 è stato ordinato sacerdote della Chiesa ortodossa russa. È sposato e ha due figlie. Ha pubblicato tre libri di poesie. È una delle voci più significative della nuova generazione di poeti russi.


 

 

Una Parola

“Un giorno si presentò ad Abba Arsenio il beato arcivescovo Teofilo insieme a un magistrato, con la richiesta di udire una parola dalla sua bocca. Dopo un attimo di silenzio, egli rispose loro: “E se ve la dico, la osserverete?”.

Promisero di farlo. Allora l’anziano monaco disse loro: “Dovunque sappiate ci sia Arsenio, non avvicinatevi”.

(Abba Arsenio)

Detti dei Padri del deserto, citato in : “La penisola proibita” Alain Durel, Milano 2011

Ελευθερώστε τον Γέροντα Εφραίμ

Sembra che la Grecia, all’avanguardia nella crisi economica, prima a cadere riducendo alla fame i suoi cittadini, desideri un altro primato.

Essere il primo stato europeo a colpire l’ortodossia nel suo cuore.

L’arresto del Ghèronda Efrèm, Igumeno del monastero di Vatopedi sul Monte Athos, è un gesto efferato di abuso di potere e violazione dei diritti umani, il suo significato di intimidazione è palese; la corte greca vuole compiacere il governo europeo circa la fine della sovranità del santo monte, e dopo aver montato un caso pretestuoso su proprietà che il monastero ha ceduto allo stato greco, è giunta all’arresto di un uomo anziano, malato, reduce da un logorante viaggio in Russia e soprattutto dichiaratamente disposto ad affrontare il processo in corso senza avvalersi dell’immunità che gli proviene dall’essere cittadino di una repubblica autonoma.

Qui, qui e qui

Al popolo greco e al popolo del monte Athos vanno tutti i miei auguri per quello che è successo e per quello che sta per succedere.

 Αμάν... δεν έχω σπίτι πίσω για να `ρθω          Aman… non ho una casa dove tornare
 ούτε κρεβάτι για να κοιμηθώ                          né un letto per dormire
 δεν έχω δρόμο ούτε γειτονιά                          non ho strada né vicinato
 να περπατήσω μια Πρωτομαγιά                     per passeggiare un primo maggio
Τα ψεύτικα τα λόγια τα μεγάλα                      Le false e grandi parole
 μου τα ‘πες με το πρώτο σου το γάλα            me le hai dette col tuo primo latte
 Μα τώρα που ξυπνήσανε τα φίδια                  ma ora che si son svegliati i serpenti
 εσύ φοράς τα αρχαία σου στολίδια                tu vesti le tue antiche uniformi
 και δε δακρύζεις ποτέ σου μάνα μου Ελλάς   e non piangi mai madre Grecia
 που τα παιδιά σου σκλάβους ξεπουλάς         che i tuoi figli svendi come schiavi
Τα ψεύτικα τα λόγια τα μεγάλα                    Le false e grandi parole
 μου τα ‘πες με το πρώτο σου το γάλα           me le hai dette col tuo primo latte
 Μα τότε που στη μοίρα μου μιλούσα             ma quando parlavo col mio destino
 είχες ντυθεί τα αρχαία σου τα λούσα            avevi indossato le tue antiche vesti
 και στο παζάρι με πήρες γύφτισα μαϊμού      ed al mercato mi ha preso come                                                                                              scimmia
 Ελλάδα Ελλάδα μάνα του καημού                Grecia, Grecia, madre del dolore
Τα ψεύτικα τα λόγια τα μεγάλα                    Le false e grandi parole
 μου τα ‘πες με το πρώτο σου το γάλα           me le hai dette col tuo primo latte
 Μα τώρα που η φωτιά φουντώνει πάλι       ma ora che il fuoco divampa                                                                                                   nuovamente
 εσύ κοιτάς τα αρχαία σου τα κάλλη             tu guardi le tue antiche bellezze
 και στις αρενες του κόσμου μάνα μου Ελλάς  e nelle arene del mondo, madre                                                                                            Grecia,
 το ίδιο ψέμα πάντα κουβαλάς                       trascini sempre la stessa menzogna.
Αμάν... δεν έχω άγιο γιά να προσκινώ           Aman... non ho santo da venerare
Ούτε καντίλι σ`άδιο ουρανό                          né una candela in un cielo vuoto
Δεν έχω ήλιο ούτε στροφεγγιά                       non ho sole né stelle
να τραγουδίσω μια Πρωτομαγιά                    per cantare un primo maggio

 

 

 

 

 

 

ESODO

Eccoci, la catastrofe di Splinder si sta consumando e gli esuli si disperdono in piattaforme di fortuna, con ancora addosso il senso di avere un blog.

non era forse meglio lasciare che la nave affondasse e noi con lei? perché questo senso vitale, questa reticenza a scomparire o, a rinnovarsi, fare altro, come hanno fatto quasi tutti, entrare nelle piazzette attrezzate di facebook a chiacchierare con poche parole e qualche video, a indignadarsi per notiziole di carattere politico o di costume, come i finti stupri che fanno più notizia di quelli veri.

Beh, cosa fatta capo ha, ora non rimane che capire che fare delle masserizie che gli equipaggi incaricati di trasbordare hanno scaraventato alla bell’e meglio nella stiva, fracassandone  l’ordine e perdendo pezzi.  D’altronde quando si scappa chi ha tempo di pensare a queste cose…

Ad ogni buon conto ho deciso che non potendo ripristinare l’archivio del mio vecchio blog ne lascerò un’antologia tenendo i pezzi migliori, almeno per me, poi andrò avanti fino al prossimo naufragio.

Benvenuti, se trovate una sedia sedetevi, non c’è gran ché da bere e ancor meno da mangiare, ma possiamo raccontarci qualcosa, suonare qualche melodia dei paesi lontani, e sospirare.

 

 

Tania Tsanaklidou

Già qualcuno di voi la conosce, l’ho ascoltata molte volte e parlare di lei è ancora impegnativo e difficile, quasi come se avessi paura di ferirla.
Normalmente non mi pongo un problema di delicatezza come questo, scrivendo, ma di questa donna so così poco, e quello che so è qualcosa di ingombrante, di emozionante e insieme così complesso da intimorirmi.
Uno dei momenti musicali della Grecia moderna fu la cosiddetta “New wave”, che ovviamente non ha nulla a che vedere con il punk, ma è semplicemente la traduzione inglese di “Nouvelle vague”.
Com’è facile immaginare si tratta della fine degli anni ’50 e degli anni ’60; fisarmoniche, orchestre d’archi e vestiti di chiffòn.
Nel 1936 il dittatorello greco Metaxàs considerò che la musica rebetika, con i suoi temi di droga e disperazione e il suo nefasto influsso orientale, minasse il morale e lo spirito delle nuove generazioni greche tese al radioso futuro del progresso che avrebbe aperto le porte dell’europa delle nazioni e lo proibì, i tekèdes, le fumerie dove di ascoltava quella musica del diavolo furono chiuse e i gestori arrestati a meno che riconvertissero l’attività in qualcosa di più gradito al regime.
La New wave, fu quello che dopo la guerra si trovarono fra le mani le nuove generazioni che non conoscevano più la musica degli esuli anatolici, (che invece nella folta comunità americana era rimasta uno dei legami più forti con la patria), e la Francia era diventata vessillo di libertà ritrovata dopo la sconfitta dei tedeschi, centro mondiale della moda e della canzone.

Ma per quanto cerchi di capire Tania Tsanaklidou, di collocarla in quel contesto, mi sembra una fatica inutile, ricondurla ad un genere musicale o a un momento storico preciso, anche perché la sua lunga carriera musicale è continuamente aggiornata fino ad arrivare ad un raffinato post rock nato dall’incontro con il giovane compositore
Michalis Delta

La sua culla, la sua matrice è comunque la musica popolare, quella che per amore o per forza diventa, prima o dopo, “pop”.
So poco della sua carriere teatrale, tutto ciò che si può trovare della grecia e della sua cultura moderna, se si eccettuano un paio di poeti, uno scrittore di gialli, pochi grandi registi, qualche attrice e qualche cantante, è tutto rigorosamente relegato alla lingua greca, e senza conoscerla adeguatamente è difficilissimo informarsi.

Adesso smetto, smetto perché è inutile fare della storia per capire l’unica cosa che mi interessa di lei, il rapporto fondamentale che ha con l’amore e per quali tracce è giunta a me.

La bellezza di Tania è insieme materna, dolce, sfacciata e teatrale, come è teatrale la sua voce, della quale è inutile fare considerazioni o tentarne un elogio.
Il suo sguardo è racconto, storia e intimità, il suo sorriso nasconde ogni dolore e promette ogni felicità. Io non so nulla della Grecia di cui lei canta, della dolce vita ellenica, se mai ce n’è stata una, non amo particolarmente la musica che canta, non so se comprerei un suo disco, non vorrei neanche parlarne, per la paura, per la paura di scalfire la fragilità che vela ogni suo alito.
Fragilità che non si spaventa di nulla a dire il vero, che è capace di un senso tragico senza tempo, istrionico, ma senza l’enfasi da acropoli delle nostalgie classiche, ma col ronzio della verità che valica ogni pomposità di quegli arrangiamenti che mi farebbero chiudere qualsiasi video o brano di chiunque altra.

Tania Tsanaklidou è un mistero per me, mi rendo conto di quanto poco si può sapere di una donna, di quanto sia difficile avere chiarezza sui propri sentimenti quando ti illudi che possano bastare una voce, il suo timbro, una manciata di foto, per capire cosa possa rappresentare per te. E’ diversa da qualsiasi altra donna io abbia amato nel mio bizzarro modo di corteggiarne l’assenza, di assaggiarne il sangue attraverso il respiro di un suono o i toni di un’immagine.
Cercando qualche riferimento che mi sia consueto non trovo nulla, non ho mai ascoltato musica così, sono solo sprofondato in poche sue brevi interpretazioni e non ho più potuto liberarmi di lei, del suo volto che ha visto tutto, dalla sua voce da cui ascolterei tutto, dalla sua figura che sembra avere tutto, della sua bellezza che anche nell’età, come una poesia di Verlaine, non mi permette distrazione.

E pensando con rammarico alla qualità della musica nella televisione greca rispetto a quella nazionale del nostro paese, se avete tempo, c’è anche questo.