Babsi Jones

Ieri fanno esattamente sei anni dal primo contatto diretto con lei, e l’inizio di un dialogo silenzioso che ancora non si è fermato, nonostante non abbia più notizie di lei dal ventisei ottobre dello stesso anno.

Le amicizie della rete sono state per me fonte di grande gioia e alcune hanno segnato profondamente i miei giorni, altre come sono arrivate fiammeggiando, così si sono dileguate nel nulla. Io di Babsi seguivo il blog e ho potuto seguire la genesi della pubblicazione del suo libro, attendendone l’uscita con una certa apprensione. Ciò che ci siamo detti e che ho continuato a dirgli, naturalmente sono sigillati nel segreto istruttorio, fino al giorno del giudizio.

E’ inutile dire, per chi ha letto i miei post, che considero “Sappiano le mie parole di sangue” un libro fondamentale, una delle radici di questo nuovo millennio, oggi di tutte le cose che cercavo e trovavo su internet, degli argomenti di cui parla, non c’è più nulla, provate a cercare un link sul “Yu-prog”, o sul Transatlantic, ristorante balcanico nel quale si programmò sangue, spartizione e controllo, a malapena si trovano notizie del libro, giusto che è un volume Rizzoli.

Bene, siccome non ho modo di parlare con te, mia cara amica Babsi, o Barbara, copio e incollo un tuo post, che mi ricorda la tua presenza.

Édith e mia madre, di Babsi Jones.

 

Ieri ho portato mia madre a vedere “La vie en rose”, ed era in un certo senso il mio regalo per la festa della mamma (in anticipo, ma i giorni liberi che ho sono da centellinare). Il regalo non consisteva tanto nel pagarle il biglietto del cinema e offrirle pop-corn e bibita, quanto nel darle l’opportunità di metter piede in un cinema anziché guardare i soliti film alla “tivvù”: mio padre detesta i cinema da quando è adolescente, figurarsi ora che vive la sua quotidiana lotta con metastasi e affini, sicché a vedere un film “nelle sale” non ce la porta mai. Il regalo consisteva nell’ascoltare i suoi racconti legati alla sua infanzia e al suo andare al cinema di allora: quando la domenica poteva, grazie all’oratorio, vedere tre pellicole di fila, e come “snack” poteva acquistare mezzo limone e un bastoncino di liquirizia: quel bastoncino, che scavava la polpa dell’agrume, doveva durarle un pomeriggio. Per lei erano domeniche di gioia. È implicito che lo “snack” era il risultato di mezz’oretta all’angolo della piazza: “per favore, signora, signore, sono povera, posso avere una moneta?” Mia madre mendicava in dialetto, e raggiungeva sempre la cifra necessaria: forse perché diceva la verità. Era poverissima. Era l’ottava di undici figli (sopravvissuti: 7), partoriti in fretta da una donna che sarebbe morta a 42 anni, lasciandola orfana: il padre era alcolista e latitante e mia madre si ritrovò a dodici anni a nettare le budella dei maiali, finché non scappò a Milano, dove ebbe il suo primo paio di scarpe (fino ad allora, zoccoli: d’estate come d’inverno), la sua prima stanza tutta per sé (in famiglia, dormivano in una decina in un piccolo locale ricavato in una soffitta, in affitto da uno sfruttatore che, se ho capito bene, vendeva granaglie e si chiamava Tito), e dove imparò a parlare in italiano. A leggere e a scrivere correttamente — questo “correttamente” è relativo — avrebbe imparato più tardi, sui miei libri delle elementari. La povertà della mia infanzia, paragonata a quella di mia madre, è semplicemente ridicola. Quando ascolto i suoi ricordi d’infanzia — il padre che, venditore di scope di saggina e di lisciv(i)a, più propenso alla bottiglia e alle puttane che al commercio ambulante, che si faceva vedere una volta ogni sei mesi, picchiava la moglie per portarle via quelle cinque lire, tirava due bestemmie perché in casa non trovava vino e se ne andava —  mi chiedo cosa comprendo di mia madre, del suo modo di osservare e percepire il mondo. Guardando “La via en rose” abbiamo pianto entrambe. Lei ha rivisto se stessa, almeno per la prima parte, quella in cui si vede una Édith Giovanna Gassion miserabile, fra bordelli e acrobati, che chiede la carità; io ho rivisto me stessa quando Édith, già Piaf, è china in un cesso di un camerino e ha paura di uscire in fronte al pubblico che la acclama: le paure degli artisti si somigliano, si somigliano le instabilità e le paranoie. Non saprei spiegare perché: lascio le dissezioni del “Patologico Creatore” agli accademici titolati: devono pur guadagnarsi da vivere, ‘sti operatori culturali. A differenza dei miti “femminili” della mia vita (Frida, Patti, Janis, Billie, Virginia, Camille) io ho scoperto la Piaf piuttosto tardi: quando ascoltai “Non, je ne regrette rien” e dissi a me stessa che avrei messo il testo, un giorno, in esergo a un mio libro (magari il prossimo). Il film è ben fatto, è un buon film: certo, l’arguto cinéphile troverà da ridire, ma per mia fortuna non mi occupo di critica né di anatomia patologica.

Quando siamo uscite, il sole era ancora caldo: avevo la febbre, l’ho scoperto poi a casa, avevo la febbre come quando vidi per la prima volta “Underground”. Abbiamo fatto un lungo tratto a piedi, io e mia madre, tenendoci stranamente per mano; “credo che la tua vita meriterebbe di essere raccontata non meno di quella di Édith Piaf”, le ho detto, ma la frase si è persa, sovrapponendosi alla sua: “vedendo questo film ho capito che certe persone, che forse possiamo chiamare artisti, soffrono in un modo diverso dagli altri, come… amplificato”, stava dicendo. E mi guardava come sul grande schermo guardava Édith: con gli occhi sgranati. Dei ragazzini in Piazza Baiamonti stavano facendo acrobazie con gli skate, alcuni discutevano a voce alta di suonerie e gadget per il telefonino. “Chissà, se vedessero il film, cosa capirebbero di Édith Piaf”, ha detto mia madre piano, perché non la sentissero. Rien de rien, ho pensato io, che da tempo ho smesso di essere ottimista.

6 pensieri su “Babsi Jones

    • Non è una lettura facile, ma serve, è un libro fondamentale per capire cosa è successo, ma anche per vedere come noi ci vediamo.

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