Ελευθερώστε τον Γέροντα Εφραίμ

Sembra che la Grecia, all’avanguardia nella crisi economica, prima a cadere riducendo alla fame i suoi cittadini, desideri un altro primato.

Essere il primo stato europeo a colpire l’ortodossia nel suo cuore.

L’arresto del Ghèronda Efrèm, Igumeno del monastero di Vatopedi sul Monte Athos, è un gesto efferato di abuso di potere e violazione dei diritti umani, il suo significato di intimidazione è palese; la corte greca vuole compiacere il governo europeo circa la fine della sovranità del santo monte, e dopo aver montato un caso pretestuoso su proprietà che il monastero ha ceduto allo stato greco, è giunta all’arresto di un uomo anziano, malato, reduce da un logorante viaggio in Russia e soprattutto dichiaratamente disposto ad affrontare il processo in corso senza avvalersi dell’immunità che gli proviene dall’essere cittadino di una repubblica autonoma.

Qui, qui e qui

Al popolo greco e al popolo del monte Athos vanno tutti i miei auguri per quello che è successo e per quello che sta per succedere.

Αμάν… δεν έχω σπίτι πίσω για να `ρθω         Aman… non ho una casa dove tornare ούτε κρεβάτι για να κοιμηθώ                          né un letto per dormire                         δεν έχω δρόμο ούτε γειτονιά                           non ho strada né vicinato                       να περπατήσω μια Πρωτομαγιά                     per passeggiare un primo maggio
Τα ψεύτικα τα λόγια τα μεγάλα                      Le false e grandi parole                             μου τα ‘πες με το πρώτο σου το γάλα            me le hai dette col tuo primo latte       Μα τώρα που ξυπνήσανε τα φίδια                  ma ora che si son svegliati i serpenti εσύ φοράς τα αρχαία σου στολίδια                tu vesti le tue antiche uniformi           και δε δακρύζεις ποτέ σου μάνα μου Ελλάς   e non piangi mai madre Grecia         που τα παιδιά σου σκλάβους ξεπουλάς         che i tuoi figli svendi come schiavi
Τα ψεύτικα τα λόγια τα μεγάλα                      Le false e grandi parole                        μου τα ‘πες με το πρώτο σου το γάλα           me le hai dette col tuo primo latte        Μα τότε που στη μοίρα μου μιλούσα             ma quando parlavo col mio destino είχες ντυθεί τα αρχαία σου τα λούσα            avevi indossato le tue antiche vesti    και στο παζάρι με πήρες γύφτισα μαϊμού      ed al mercato mi ha preso come                                                                                                                                  scimmia Ελλάδα Ελλάδα μάνα του καημού                Grecia, Grecia, madre del dolore
Τα ψεύτικα τα λόγια τα μεγάλα                    Le false e grandi parole                        μου τα ‘πες με το πρώτο σου το γάλα           me le hai dette col tuo primo latte        Μα τώρα που η φωτιά φουντώνει πάλι       ma ora che il fuoco divampa                                                                                                                                nuovamente           εσύ κοιτάς τα αρχαία σου τα κάλλη             tu guardi le tue antiche bellezze          και στις αρενες του κόσμου μάνα μου Ελλάς    e nelle arene del mondo, madre                                                                                                                                          Grecia, το ίδιο ψέμα πάντα κουβαλάς                       trascini sempre la stessa menzogna.          Αμάν… δεν έχω άγιο γιά να προσκινώ           Aman… non ho santo da venerare  Ούτε καντίλι σ`άδιο ουρανό                          né una candela in un cielo vuoto          Δεν έχω ήλιο ούτε στροφεγγιά                       non ho sole né stelle                              να τραγουδίσω μια Πρωτομαγιά                    per cantare un primo maggio

ESODO

Eccoci, la catastrofe di Splinder si sta consumando e gli esuli si disperdono in piattaforme di fortuna, con ancora addosso il senso di avere un blog.

non era forse meglio lasciare che la nave affondasse e noi con lei? perché questo senso vitale, questa reticenza a scomparire o, a rinnovarsi, fare altro, come hanno fatto quasi tutti, entrare nelle piazzette attrezzate di facebook a chiacchierare con poche parole e qualche video, a indignadarsi per notiziole di carattere politico o di costume, come i finti stupri che fanno più notizia di quelli veri.

Beh, cosa fatta capo ha, ora non rimane che capire che fare delle masserizie che gli equipaggi incaricati di trasbordare hanno scaraventato alla bell’e meglio nella stiva, fracassandone  l’ordine e perdendo pezzi.  D’altronde quando si scappa chi ha tempo di pensare a queste cose…

Ad ogni buon conto ho deciso che non potendo ripristinare l’archivio del mio vecchio blog ne lascerò un’antologia tenendo i pezzi migliori, almeno per me, poi andrò avanti fino al prossimo naufragio.

Benvenuti, se trovate una sedia sedetevi, non c’è gran ché da bere e ancor meno da mangiare, ma possiamo raccontarci qualcosa, suonare qualche melodia dei paesi lontani, e sospirare.

 

 

Tania Tsanaklidou

Già qualcuno di voi la conosce, l’ho ascoltata molte volte e parlare di lei è ancora impegnativo e difficile, quasi come se avessi paura di ferirla.
Normalmente non mi pongo un problema di delicatezza come questo, scrivendo, ma di questa donna so così poco, e quello che so è qualcosa di ingombrante, di emozionante e insieme così complesso da intimorirmi.
Uno dei momenti musicali della Grecia moderna fu la cosiddetta “New wave”, che ovviamente non ha nulla a che vedere con il punk, ma è semplicemente la traduzione inglese di “Nouvelle vague”.
Com’è facile immaginare si tratta della fine degli anni ’50 e degli anni ’60; fisarmoniche, orchestre d’archi e vestiti di chiffòn.
Nel 1936 il dittatorello greco Metaxàs considerò che la musica rebetika, con i suoi temi di droga e disperazione e il suo nefasto influsso orientale, minasse il morale e lo spirito delle nuove generazioni greche tese al radioso futuro del progresso che avrebbe aperto le porte dell’europa delle nazioni e lo proibì, i tekèdes, le fumerie dove di ascoltava quella musica del diavolo furono chiuse e i gestori arrestati a meno che riconvertissero l’attività in qualcosa di più gradito al regime.
La New wave, fu quello che dopo la guerra si trovarono fra le mani le nuove generazioni che non conoscevano più la musica degli esuli anatolici, (che invece nella folta comunità americana era rimasta uno dei legami più forti con la patria), e la Francia era diventata vessillo di libertà ritrovata dopo la sconfitta dei tedeschi, centro mondiale della moda e della canzone.

Ma per quanto cerchi di capire Tania Tsanaklidou, di collocarla in quel contesto, mi sembra una fatica inutile, ricondurla ad un genere musicale o a un momento storico preciso, anche perché la sua lunga carriera musicale è continuamente aggiornata fino ad arrivare ad un raffinato post rock nato dall’incontro con il giovane compositore
Michalis Delta

La sua culla, la sua matrice è comunque la musica popolare, quella che per amore o per forza diventa, prima o dopo, “pop”.
So poco della sua carriere teatrale, tutto ciò che si può trovare della grecia e della sua cultura moderna, se si eccettuano un paio di poeti, uno scrittore di gialli, pochi grandi registi, qualche attrice e qualche cantante, è tutto rigorosamente relegato alla lingua greca, e senza conoscerla adeguatamente è difficilissimo informarsi.

Adesso smetto, smetto perché è inutile fare della storia per capire l’unica cosa che mi interessa di lei, il rapporto fondamentale che ha con l’amore e per quali tracce è giunta a me.

La bellezza di Tania è insieme materna, dolce, sfacciata e teatrale, come è teatrale la sua voce, della quale è inutile fare considerazioni o tentarne un elogio.
Il suo sguardo è racconto, storia e intimità, il suo sorriso nasconde ogni dolore e promette ogni felicità. Io non so nulla della Grecia di cui lei canta, della dolce vita ellenica, se mai ce n’è stata una, non amo particolarmente la musica che canta, non so se comprerei un suo disco, non vorrei neanche parlarne, per la paura, per la paura di scalfire la fragilità che vela ogni suo alito.
Fragilità che non si spaventa di nulla a dire il vero, che è capace di un senso tragico senza tempo, istrionico, ma senza l’enfasi da acropoli delle nostalgie classiche, ma col ronzio della verità che valica ogni pomposità di quegli arrangiamenti che mi farebbero chiudere qualsiasi video o brano di chiunque altra.

Tania Tsanaklidou è un mistero per me, mi rendo conto di quanto poco si può sapere di una donna, di quanto sia difficile avere chiarezza sui propri sentimenti quando ti illudi che possano bastare una voce, il suo timbro, una manciata di foto, per capire cosa possa rappresentare per te. E’ diversa da qualsiasi altra donna io abbia amato nel mio bizzarro modo di corteggiarne l’assenza, di assaggiarne il sangue attraverso il respiro di un suono o i toni di un’immagine.
Cercando qualche riferimento che mi sia consueto non trovo nulla, non ho mai ascoltato musica così, sono solo sprofondato in poche sue brevi interpretazioni e non ho più potuto liberarmi di lei, del suo volto che ha visto tutto, dalla sua voce da cui ascolterei tutto, dalla sua figura che sembra avere tutto, della sua bellezza che anche nell’età, come una poesia di Verlaine, non mi permette distrazione.

E pensando con rammarico alla qualità della musica nella televisione greca rispetto a quella nazionale del nostro paese, se avete tempo, c’è anche questo.

CAPODANNO

Per noi ortodossi, l’anno comincia oggi, l’anno liturgico, il cui corollario più prossimo, per vocazione e necessità è l’anno agricolo.
In sardegna il primo di settembre lo chiamano cabu d’an, capodanno, e così, invece di proporvi la lagna solstiziale del mio compleanno nevoso, comincio prima e anticipo l’anno, anno temibile, quello che verrà, ma in questo modo l’anno nuovo è già, prima che una data lo guasti, eccolo.

Lamenti, sempre che ti lamenti, sei il più amato di splinder e ti lamenti che nessuno ti commenta, ti meriteresti gli insulti che costellano centinaia di blog ben meglio intenzionati del tuo, in fondo tu cosa hai sempre cercato da queste pagine?
L’approvazione di una bella donna, il commento intelligente e franco di un uomo che stimi, tutte cose che faresti meglio a cercare nella vita, senza trovarti ogni capodanno con una bottiglia in mano da solo a lagnarti.

Oh si… l’amore, l’Amore, questo cerco, l’amore perduto, perso, l’amore per qualcosa che non esiste, qualcuno che non c’è e la cui mancanza mi è tanto insopportabile quanto indispensabile.
Cosa posso dire amiche care di passaggio, vi ringrazio devotamente per la vostra presenza e attenzione, e sconsideratamente per la vostra assenza.
L’anima di questo topo ha un debito che non sa come saldare.
Per fortuna sono ricco di famiglia, e posso pagare il mio debito per interposta persona.

Solon Lekkas, Aman Doktor, la canzone la conoscete già, è tradizionale dell’Asia Minore, e parla di amore, di come guarire da un amore spezzato, anzi di come si chiede di essere guariti, perchè guarire è impossibile, la malattia è la cura stessa.

Solon Lekkas, Aman Doktor

 

EDERLEZI

Quando la sentii la prima volta pensai che Goran Bregovic era un genio, poi ho scoperto che è una canzone tradizionale zingara, ma Bregovic continua a piacermi.

Recentemente nelle mie esplorazioni mi ci sono di nuovo imbattuto, e ho scoperto che, giustamente ha avuto un gran successo, forse proprio per la riproposizione che ne fece lui nella colonna sonora de “Il tempo dei gitani” secondo importante film di Emir Kusturica, e il mio preferito in assoluto.
Molte versioni subiscono lo star system dei paesi dell’est e ne sono un’enfatizzazione televisiva, e le scarto senza scrupolo, di alcune invece mi sono innamorato, direi che questa di Dikanda, una bella e meravigliosamente dotata cantante polacca, è tra le migliori, e ve ne propongo due versioni.

La prima è quella di un suo disco, il canto veramente devastante per il mio povero cuore, è seguito da un solo di chitarra acustica, di cui tutti potrete godere la grande perizia e competenza, ma che trascina il mood di Dikanda in un territorio che non è il suo.
A volte mi chiedo, musicalmente, cosa sia realmente la qualità, ma ne riparliamo di questo, adesso immergetevi in Ederlezi

Bene, ce ne sono tante altre, una di Rousza Magdi, la cosiddetta Janis Joplin dei balcani, ci sono versioni turche, quelle di voci maschili, pur belle, non le conto, una che devo citare è quella molto bella di Ginevra di Marco, purtroppo in qualità audio piuttosto bassa, una delle poche voci italiane che vale la pena di seguire.

Ma c’è una versione che in mezzo a questo dispiegarsi di doti vocali e climi rarefatti o intensi, se non intensificati, mi ha strappato il cuore, è una ragazza serba che davanti alla web cam del suo computer, accompagnandosi con la chitarra canta.

tacerò sulla sua bellezza, delle sue distrazioni, come un piccolo gatto che gioca, della sua stanza povera e linda, di quegli occhi che non volevo che mi guardassero, di queste cose non parlerò, ma della sua voce delle sue increspature, delle incertezze, e dei piccoli sforzi per prendere le note più impegative, della sorgente da cui quella stessa musica esce, che è presente e irrompe nella sua voce che non può che cantare così quella canzone.

Della qualità che in tutti i casi precedenti si è sovrapposta a questa canzone e che qui, vive libera, nuda nella sua verità, affilata nella grazia che mi trafigge il cuore, questo lo dirò.

Vorrei avere un ensemble musicale, avere lei come cantante e suonare sempre e solo Ederlezi.

Sa me amala oro kelena
Oro kelena, dive kerena
Sa o Roma daje
Sa o Roma babo babo
Sa o Roma o daje
Sa o Roma babo babo
Ederlezi, Ederlezi
Sa o Roma daje

Sa o Roma babo, e bakren chinen
A me chorro, dural vesava
Romano dive, amaro dive
Amaro dive, Ederlezi

Ediwado babo, amenge bakro
Sa o Roma babo, e bakren chinen
Sa o Roma babo babo
Sa o Roma o daje
Sa o Roma babo babo
Ederlezi, Ederlezi
Sa o Roma daje

Tutti i Rom babbo,
sacrificano le pecore.
Ma io, povero tammurino,
debbo guardare da lontano.
Ah sì, mamma, è la nostra festa,
questa è la nostra festa,
Ederlezi Babbo, una pecora per noialtri.
Tutti i Rom, mamma,
sacrificano le pecore e tutti i Rom, babbo …
Ederlezi, Ederlezi, tutti i Rom, mamma.

O Τέλος

Sono arrivato ieri sera, stanotte, all’ultima parola dell’ultima pagina.
Il titolo c’è, la storia mi piace.
Adesso, finita l’esperienza creativa, comincia il lavoro; trasformare quello che è uscito di getto in qualcosa di vero, che renda l’uscire di getto.

è giunta l’ora di tradire questa esperienza, che è l’unico modo di permettere a chi legge di fare a sua volta un’esperienza simile.
Troppe cose date per scontate da me, che ho davanti alla mente immagini chiare che il lettore non vede, limare le ridondanze dell’enfasi del sentimento, in modo che un sentimento sia accessibile a chi è diverso da me, insomma massacrare ciò che ho fatto, ciò che ho scritto, perchè non appartenga più a me, ma a chiunque abbia voglia di leggerlo.

“Bisogna uccidere i  propri cari” sono parole di Hemingway, che ho intenzione di mettere in atto, per salvare, alla fine, l’amore.

Questa musica ha accompagnato quasi tutta la scrittura del romanzo, è uno dei pezzi di musica migliore che io abbia mai sentito, nella storia, ad un certo punto è descritta, ma, in verità la permea totalmente.
Non solo questo naturalmente, la musica costella la scrittura, se volete è una specie di musical, ma nessun altra musica vorrei che illustrasse quello che ho scritto, spero di esserci riuscito, mi aspetta ancora un grande lavoro.

Vorrei che la mia scrittura seguisse i cambiamenti di sentimento di ritmo, di intensità e di luce di questo prologo, Taximi infatti significa prologo, introduzione, e questa storia non Sarà altro che una lunga introduzione, un lungo prologo ad un amore, un lungo fiume che può alla fine giungere al suo mare, un amore non si può descrivere che nei momenti di infelicità, solo pensare che questi cessino, ci da la dimensione di come sarà, ogni altra parola è futile e inadeguata.

CHE T’IMPORTA?

Bene, ho capito che della bella sefardita defunta non ve ne frega un beato nulla Ah aha ahnah ah ah ah ah  si, è morta, è morta, pace all’anima sua, ah, siete troppo sensibili evidentemente, mah, certo… è una qualità, non verreste qui se no… aha ahaha ha ah ah ahaa, maledizione!!!!!!

Allora, venite con il lupo solitario, seguite il suo piffero magico e la scia del suo alito pestifero, (Approfitto di queste foto che mi ha scattato a Ibiza un amico, spero non vi urtino), che il rum del carrefour fa schifo, venite pecorelle, seguite il pastore,  che da un morto, vi porta dove ce ne sono stati trecentomila, ah ah ah ah aaayh   ahanah ,
certo, non so se mi capite, smidollati, su un morto si piange, poverina, se l’è anche cercato… si, razza di lumache, ho sentito anche questa sulla piccola Amy, certi artisti costringono la gente a difendersi da loro… adesso, non è per dire, ma questo fuggi fuggi dalla mia stazione libera…. non so…

seeeee l’ultima vera stazione radiofonica libera della fottuta galassia,
**********<<<<Lupo Solitario>>>>>**********
Per voi femmine sensibili, che i maschi li mordo, a meno che siano un po’ più liberi della norma. …. <:::> calma… calma, più liberi di pensiero, non di costumi, che quelli ormai ahaha aha aha ah ah ce li siamo persi al bingo di stato…. ah ah ah ahha ha ah aha

 

Si, beh, su un morto si piange, poverino, ma trecentomila sono storia, bocconcini miei, Storia, STORIA….
Bene.
Detto questikjnbvcbx,lò- :;___:_;M… cazz…

questo.

si… detto questo, scusate, la console frigge, deve esserci un caz… scus…  un contatto, mmmmmh.  si, si…. si.

uno di questi giorni resto fulminato e non se ne parla più, così vi tolgo l’impiccio e tutto il resto ah ah ah ah ah ahnbahha

 

Tutto cominciò a Smirne, la perla d’oriente, la più bella e dolce città del mondo, si parlava greco a Smirne, si camminava sul marmo a Smirne, i filosofi, i santi camminarono su quelle pietre, e le più belle donne col loro passo di danza ci trascinarono le agili caviglie.

Tutto il mondo conosciuto passava da Smirne, persino la Città delle Città; Costantinoupoli, invidiava un po’ la cosmopolita sorella dell’Egeo.

 

Ma i turchi moderni hanno fatto piazza pulita, l’hanno incendiata, assassinato chi c’era, e tutti i greci anatolici si erano rifugiati lì, e gli altri fortunati scappati, uomini, donne, famiglie che scappavano da un posto in cui li volevano ammazzare perchè erano greci, e arrivavano dall’altra parte del mare, a pochi chilometri dove li disprezzavano perchè erano turchi.

 

Ecco dolcezze… e che facevano le meravigliose donne di Smirne quando arrivavano ad Atene? cosa cercavano?

Quello che cercano tutti, l’amore.

 

Ma non sempre si trova, e quando non si è amati, piccole mie, quando non ci si sente amati, si scrivono le canzoni più belle.

 

Yeaaahhh, ecco per voi gentili ascoltatrici, la più bella delle belle canzoni di Smirne, ah ah ah ah   aaa aahjaja ajaj: per voi,….. Glikeria… la dolcissima, Glikeria da Smirne direttamente per le vostre lagrime…

 

 

ΤΙ ΣΕ ΜΕΛΛΕΙ ΕΣΕΝΑ – ΓΛΥΚΕΡΙΑ

Che t’importa – Glikeria

Τι σε μέλλει εσένανε                         Che t’importa
από πού είμαι εγώ                             di dove sono
απ’ το Καραντάσι φως μου               se da Karantasi, luce mia
ή απ’ το Κορδελιό                             o dal Kordeliò[1]

Τι σε μέλλει εσένανε                         Che t’importa
κι όλο με ρωτάς                                 e sempre domandi
από ποιο χωριό είμαι εγώ                 di che paese sono
αφού δε μ’ αγαπάς                            se non mi ami

Απ’ τον τόπο που είμαι εγώ              Da dove vengo io
ξέυρουν ν’ αγαπούν                          sanno amare
ξεύρουν τον καημό να κρύβουν       sanno nascondere il dolore
ξεύρουν να γλεντούν                        sanno stare allegri

Τι σε μέλλει εσένανε                        Che t’importa
κι όλο με ρωτάς                                e sempre domandi
από ποιο χωριό είμαι εγώ                 di che paese sono
αφού δε μ’ αγαπάς                            se non mi ami

Τι σε μέλλει εσένανε                       Che t’importa
κι όλο με ρωτάς                               e chiedi sempre
αφού δε με λυπάσαι φως μου          se non hai pena per me, luce mia
και με τυραγνάς                               e mi tormenti

Τι σε μέλλει εσένανε                       Che t’importa
κι όλο με ρωτάς                               e sempre domandi
από ποιο χωριό είμαι εγώ                 di che paese sono
αφού δε μ’ αγαπάς                            se non mi ami

Απ’ τη Σμύρνη έρχομαι                    Vengo da Smirne
να βρω παρηγοριά                            per trovare conforto
να βρω μες στην Αθήνα μας             per trovare in Atene
αγάπη κι αγκαλιά                              amore e un abbraccio

Τι σε μέλλει εσένανε                         Che t’importa
κι όλο με ρωτάς                                 e sempre domandi
από ποιο χωριό είμαι εγώ                  di che paese sono
αφού δε μ’ αγαπάς                             se non mi ami



[1] sobborghi di Smirne

You know, i’m no good

Fratelli, sorelle, sono deluso, lupo solitario può accettare tutto, persino l’indifferenza dei suoi ascoltatori, sangue di giuda!!!! ma ignorare Amy, non posso proprio tollerarlo, e vi dico anche perchè, si spenderò un po’ del mio tempo prezioso per spiegare qualcosa a quelle viscere di legno che vi ritrovate, aaaah aha aha aha

Questa, fratelli era una bimba di quelle che una su un milione, se quelle quattro galline di cantanti jazz la ascoltassero, e capissero che non hanno capito niente, che la voce deve arrivare dai piedi, dai piedini piccolini, che traballano per le birre e il gin, sale per due gambette secche secche, ma aaaaah quelle gambe, non ne darei una per otto kessler, o per cinquanta dietrich, quelle sono gambe da cui passa il duende ragazzi, se sapete mai che sia… si, sale, sale, si ferma un po’ dalle parti del plesso… jjpnhssjsdx  si, dopo aver girato intorno lì. punto.
prosegue, viscere, viscere etiliche, pulite, se capite cosa intendo, si, disordini alimentari, mica era una santa…. ecco, ci arriva dopo un viaggio la voce. la-voce-al-cuore, scu  sate. , mi siè
rotto il tasto dellacv della “C”.
Dal cuore in su, è solo arte, artedic cazzo questo tastio,… trasformare il biascicamento in pura lirica…. ahhahh aha hahahiopè non vi dico neanche a chi mi fa pensare, tutte le fottute voci che mi hanno commosso su questa terra desolata, sorelle, vengono dallo stesso cuore, …     cazzo.

Ah aaaah ah ah ah aaaah, ma questa non la passate liscia, dannati frequentatori e non frequentatori di questa stazione, mi avete rotto i coglioni, non vi piace Amy winehouse, invece a me si, e continuerò a trasmettere le sue stramaledette canzoni, si canzonette, pop music.. aaah ajha nah ahha ahyhhhaz
.
prima cosa: dopo lunghe e attente considerazioni, sono giunto, mi venisse un colpo!!!!!!  dov’è il bicchiere? non si trova mai niente su sta consolle di mmerda….
Ecco, ho trovato la bottiglia, importante che ci sia questa anche senza il bicchiere e non il bicchiere… bah, finite voi la frase che sono stanco morto e devo trasmettere tutta la notte, se no i camionisti cosa ascoltano….

Dunque, cosa stavo dicendo, accidenti,                      si

stavo…  si ci sono, dopo attente considerazioni, cazzo… -òb non so neanche come dirlo, beccatevi questa, è la migliore,,..       per il sottoscritto, e se non siete d’accordo andate al diavolo,  forse, Amy, la trovate anche lì, aaaah aha aha ahhaha jpiodfs
ù+o


Meet you downstairs in the bar and hurt,
Your rolled up sleeves in your skull t-shirt,
You say “what did you do with him today?”,
And sniffed me out like I was Tanqueray,
’Cause you're my fella, my guy,
Hand me your stella and fly,
By the time I'm out the door,
You tear man down like Roger Moore,
I cheated myself,
Like I knew I would,
I told you I was trouble,
You know that I'm no good,
Upstairs in bed, with my ex boy,
He's in a place, but I can't get joy,
Thinking on you in the final throes,
This is when my buzzer goes,
Run out to meet you, chips and pitta,
You say “when we married”,
'cause you're not bitter,
”There'll be none of him no more,”
I cried for you on the kitchen floor,
I cheated myself,
Like I knew I would,
I told you I was trouble,
You know that I'm no good,
Sweet reunion, Jamaica and Spain,
We're like how we were again,
I'm in the tub, you on the seat,
Lick your lips as I soak my feet,
Then you notice likkle carpet burn,
My stomach drops and my guts churn,
You shrug and it's the worst,
Who truly stuck the knife in first
I cheated myself,
Like I knew I would
I told you I was trouble,
You know that I'm no good,
I cheated myself,
Like I knew I would
I told you I was trouble,
Yeah, you know that I'm no good