Tania Tsanaklidou

Già qualcuno di voi la conosce, l’ho ascoltata molte volte e parlare di lei è ancora impegnativo e difficile, quasi come se avessi paura di ferirla.
Normalmente non mi pongo un problema di delicatezza come questo, scrivendo, ma di questa donna so così poco, e quello che so è qualcosa di ingombrante, di emozionante e insieme così complesso da intimorirmi.
Uno dei momenti musicali della Grecia moderna fu la cosiddetta “New wave”, che ovviamente non ha nulla a che vedere con il punk, ma è semplicemente la traduzione inglese di “Nouvelle vague”.
Com’è facile immaginare si tratta della fine degli anni ’50 e degli anni ’60; fisarmoniche, orchestre d’archi e vestiti di chiffòn.
Nel 1936 il dittatorello greco Metaxàs considerò che la musica rebetika, con i suoi temi di droga e disperazione e il suo nefasto influsso orientale, minasse il morale e lo spirito delle nuove generazioni greche tese al radioso futuro del progresso che avrebbe aperto le porte dell’europa delle nazioni e lo proibì, i tekèdes, le fumerie dove di ascoltava quella musica del diavolo furono chiuse e i gestori arrestati a meno che riconvertissero l’attività in qualcosa di più gradito al regime.
La New wave, fu quello che dopo la guerra si trovarono fra le mani le nuove generazioni che non conoscevano più la musica degli esuli anatolici, (che invece nella folta comunità americana era rimasta uno dei legami più forti con la patria), e la Francia era diventata vessillo di libertà ritrovata dopo la sconfitta dei tedeschi, centro mondiale della moda e della canzone.

Ma per quanto cerchi di capire Tania Tsanaklidou, di collocarla in quel contesto, mi sembra una fatica inutile, ricondurla ad un genere musicale o a un momento storico preciso, anche perché la sua lunga carriera musicale è continuamente aggiornata fino ad arrivare ad un raffinato post rock nato dall’incontro con il giovane compositore
Michalis Delta

La sua culla, la sua matrice è comunque la musica popolare, quella che per amore o per forza diventa, prima o dopo, “pop”.
So poco della sua carriere teatrale, tutto ciò che si può trovare della grecia e della sua cultura moderna, se si eccettuano un paio di poeti, uno scrittore di gialli, pochi grandi registi, qualche attrice e qualche cantante, è tutto rigorosamente relegato alla lingua greca, e senza conoscerla adeguatamente è difficilissimo informarsi.

Adesso smetto, smetto perché è inutile fare della storia per capire l’unica cosa che mi interessa di lei, il rapporto fondamentale che ha con l’amore e per quali tracce è giunta a me.

La bellezza di Tania è insieme materna, dolce, sfacciata e teatrale, come è teatrale la sua voce, della quale è inutile fare considerazioni o tentarne un elogio.
Il suo sguardo è racconto, storia e intimità, il suo sorriso nasconde ogni dolore e promette ogni felicità. Io non so nulla della Grecia di cui lei canta, della dolce vita ellenica, se mai ce n’è stata una, non amo particolarmente la musica che canta, non so se comprerei un suo disco, non vorrei neanche parlarne, per la paura, per la paura di scalfire la fragilità che vela ogni suo alito.
Fragilità che non si spaventa di nulla a dire il vero, che è capace di un senso tragico senza tempo, istrionico, ma senza l’enfasi da acropoli delle nostalgie classiche, ma col ronzio della verità che valica ogni pomposità di quegli arrangiamenti che mi farebbero chiudere qualsiasi video o brano di chiunque altra.

Tania Tsanaklidou è un mistero per me, mi rendo conto di quanto poco si può sapere di una donna, di quanto sia difficile avere chiarezza sui propri sentimenti quando ti illudi che possano bastare una voce, il suo timbro, una manciata di foto, per capire cosa possa rappresentare per te. E’ diversa da qualsiasi altra donna io abbia amato nel mio bizzarro modo di corteggiarne l’assenza, di assaggiarne il sangue attraverso il respiro di un suono o i toni di un’immagine.
Cercando qualche riferimento che mi sia consueto non trovo nulla, non ho mai ascoltato musica così, sono solo sprofondato in poche sue brevi interpretazioni e non ho più potuto liberarmi di lei, del suo volto che ha visto tutto, dalla sua voce da cui ascolterei tutto, dalla sua figura che sembra avere tutto, della sua bellezza che anche nell’età, come una poesia di Verlaine, non mi permette distrazione.

E pensando con rammarico alla qualità della musica nella televisione greca rispetto a quella nazionale del nostro paese, se avete tempo, c’è anche questo.

Comme à Ostende

Non sono mai stato a Ostenda, ma i porti del nord, quel mare che guardi solo da fuori, freddo e livido, quel vento e tempo senza tregua e senza sosta, so cosa sono.
I porti del nord è un'espressione sufficientemente evocativa da farmi sognare, sempre, sognare di essere lì, nella desolazione, non solo, vicino a delle braccia accoglienti, come il calore di una brasserie dopo una lunga camminata sui moli.
Ma non è nulla, un film, un libro letto anni fa, una suggestione.
Parlando di forza evocativa, credo che l'incipit di questa poesia di Jean Roger Caussimon, sia… sia che? che senso ha fare classifiche, basta dire che qualcosa di quell'esperienza si è radicata in me, che soprattutto nella mise en chançon di Léo Ferré, questo senso di nostalgia, come mi è successo con i poeti che lui musicò, diventa indissolubile dalla distanza che ogni giorno sperimento dalla felicità, e che sola me ne avvicina un po'.

On voyait les chevaux d'la mer
Qui fonçaient la têt' la première
Et qui fracassaient leur crinière
Devant le casino désert
La barmaid avait dix-huit ans
Et moi qui suis vieux comm' l'hiver
Au lieu d'me noyer dans un verr'
Je m'suis baladé dans l'printemps
De ses yeux taillés en amande

Ni gris ni verts, ni gris ni verts
Comme à Ostende et comm' partout
Quand sur la ville tombe la pluie
Et qu'on s'demande si c'est utile
Et puis surtout si ça vaut l'coup
Si ça vaut l'coup d'vivre sa vie

J'suis parti vers ma destinée
Mais voilà qu'une odeur de bière
De frites et de moul's marinières
M'attir' dans un estaminet
Là y avait des typ's qui buvaient
Des rigolos des tout rougeauds
Qui s'esclaffaient qui parlaient haut
Et la bière on vous la servait
Bien avant qu'on en redemande

Oui ça pleuvait, oui ça pleuvait
Comme à Ostende et comm' partout
Quand sur la ville tombe la pluie
Et qu'on s'demande si c'est utile
Et puis surtout si ça vaut l'coup
Si ça vaut l'coup d'vivre sa vie

On est allé, bras d'ssus, bras d'ssous
Dans l'quartier où y a des vitrines
Remplies de présenc's féminines
Qu'on veut s'payer quand on est sôul
Mais voilà que tout au bout d'la rue
Est arrivé un limonair'
Avec un vieil air du tonnerr'
A vous fair' chialer tant et plus
Si bien que tous les gars d'la bande

Se sont perdus, se sont perdus
Comme à Ostende et comm' partout
Quand sur la ville tombe la pluie
Et qu'on s'demande si c'est utile
Et puis surtout si ça vaut l'coup
Si ça vaut l'coup d'vivre sa vie
Comme à Ostende..
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fine di una storia

Cari amici, questa è l’ultima che splinder mi fa, questo blog, con mio grande dispiacere chiude, non ci saranno altri post, vi darò la comunicazione del mio nuovo indirizzo su una piattaforma più professionale.
Ieri sera ho scritto un post, una bella storia, toccante con un epilogo curioso e inconsueto, ho cliccato su "pubblica post", confidando che tutto sarebbe andato per il verso giusto, invece è sparito tutto, non ho voglia di riscrivere una cosa che non avrebbe più quella freschezza e non restituirebbe più l’incanto nel quale mi trovavo ieri sera scrivendola, essendone appena venuto a conoscenza.
Quindi non mi resta che capire come salvare l’archivio e su quale piattaforma aprire il nuovo blog, cosa che visti i tempi infestati da social network improntati alla futilità, non mi vede particolarmente entusiasta.
Vedremo.
A presto, ammesso che riesca a pubblicare anche queste quattro righe.

Πέντε Έλληνες στον Άδη

mikis2
Leggo qui e riporto questa lettera di Mikis Theodorakis sull’attuale situazione greca.

(Previsioni di grandi sciagure)
 
di Mikis Theodorakis 
Traduzione a cura di FRANCESCO COLAFEMMINA

Con l’intelligenza comune di cui dispongo, non posso spiegarmi e ancor più giustificare la velocità con la quale la nostra Nazione è precipitata dal livello del 2009 sino a questo punto, sì da perdere grazie al Fondo Monetario Internazionale una parte della nostra sovranità nazionale e disporci in condizione di tutela controllata.
.
Ed è strano che nessuno fino ad ora si sia occupato della cosa più semplice, ossia del nostro percorso attraverso numeri e dati da allora sino ad oggi, sì da comprendere anche noi ignoranti le reali ragioni di questo sviluppo improvviso e vertiginoso, che ha come risultato la distruzione della nostra autodeterminazione nazionale e al contempo l’umiliazione internazionale.

Sento parlare di un debito pubblico di 360 miliardi di euro, ma allo stesso tempo vedo che anche molte altre nazioni hanno identici e ancor maggiori debiti. Dunque non può essere questa la causa fondamentale della sciagura. Inoltre è per me problematico il dato dell’esagerazione delle aggressioni finanziarie internazionali che hanno come obiettivo la nostra Nazione, assieme ad una così ben armonizzata sintonizzazione contro una Nazione di scarsa importanza economica. Fatti che suonano sospetti.

Così sono giunto alla conclusione che qualcuno ci ha voluti svergognare e terrorizzare, sì da condurci al FMI, che costituisce il fattore basilare della politica coloniale degli USA, mentre tutte le altre storie riguardo alla solidarietà europea erano solo fumo nei nostri occhi, perché non sembrasse una chiara volontà americana quella di gettarci in una complessa crisi economica, sì da impaurire il nostro popolo, da impoverirlo, da fargli perdere le sue conquiste preziose e al fine metterlo in ginocchio, dopo aver accettato di esser governato da stranieri. Ad ogni modo perché?

Sebbene sia stato e rimanga un sostenitore dell’amicizia fra Greci e Turchi, in questo momento devo dire che mi spaventa questa improvvisa stretta nelle relazioni governative, le relazioni fra ministri ed altri protagonisti dello scenario politico, le visite a Cipro e l’arrivo di Erdogan. Sospetto che dietro tutto ciò si celi la politica statunitense con tutti i suoi sospetti progetti che riguardano la nostra posizione geografica, l’esistenza di giacimenti petroliferi sottomarini, la situazione di Cipro, l’Egeo, i nostri vicini del nord e la posizione tracotante della Turchia, che hanno l’unico impedimento nella sospettosità e nell’opposizione del popolo greco.

Tutti intorno a noi, chi più chi meno, sono legati al carro degli Stati Uniti. L’unica dissonanza siamo noi, che a partire dal regime dei Colonnelli e dalla perdita del 40% di Cipro per arrivare agli abbracci con gli abitanti di Skopia e gli ipernazionalisti albanesi, abbiamo continuamente subito colpi su colpi senza mettere giudizio.

Dobbiamo dunque essere cancellati come popolo e questo è esattamente ciò che sta avvenendo oggi. Invito gli economisti, i politici, gli analisti a smentirmi. Ma credo che non esista nessun’altra spiegazione razionale dell’attuale situazione se non che siamo dinanzi ad una congiura internazionale alla quale hanno partecipato anche gli Europei filoamericani tipo la Merkel, la Banca Centrale Europea e la stampa reazionaria internazionale. Tutti insieme hanno congiurato per "il grande colpo" della degradazione di un Popolo libero al grado di vassallo. Almeno io non posso dare alcun’altra spiegazione. Ammetto comunque di non disporre di speciali conoscenze, ma parlo basandomi sulla mia comune intelligenza. Forse anche molti altri potranno pensarla come me e forse anche questo lo vedremo nei giorni che verranno.

Ad ogni modo volevo preparare l’opinione pubblica e sottolineare che se la mia analisi è corretta, allora la crisi economica (che come ho detto ci è stata imposta) non è altro che il primo calice amaro del banchetto luculliano che seguirà e che questa volta riguarderà i nostri temi nazionali più vitali e critici, e non voglio nemmeno immaginare fino a che punto ci porteranno.

 

Mi verrebbe da rispondergli che poco prima della caduta di Costantinopoli nel 1453, una canzone era popolare tra i marinai greci del mediterraneo e diceva più o meno così: "Meglio il turbante turco che la tiara romana".purtroppo oggi, non solo la tiara romana è sostituita dal cappello a cilindro dei banchieri di Wall Street, ma anche il turbante turco.

I miei pensieri e la mia preghiera vanno al popolo ellenico, perchè sappia opporre a questa aggressione e a quest’Europa parricida, a quest’ennesima prova, la sua forza, il suo carattere e la sua fede.



Στίχοι: Γιάννης ΠαπαϊωάννουΨηλόςΠατσάς 
Μουσική: Γιάννης ΠαπαϊωάννουΨηλόςΠατσάς  

Πέντε Έλληνες στον Άδη            Cinque greci nell’Ade
ανταμώσαν ένα βράδυ                si sono incontrati una sera
Και το γλέντι αρχινάνε                 E cominciano la festa
κι όλα γύρω τους τα σπάνε          e rompono tutto intorno a loro

Με μπουζούκιαμπαγλαμάδες    Con bouzouki e baglamà
τρέλαναν τους σατανάδες            hanno reso pazzi i satanassi
Κι από κέφι ζαλισμένοι                 E storditi per il piacere
χόρευαν οι κολασμένοι                 ballavano i dannati

Στο ρωμαίικο τραγούδι                Nella canzone romeika*
 κάηκε το πελεκούδι                     si è bruciata la scheggia
 Κι όλοι φώναζαν αρο πανο         E tutti da sopra gridavano
γεια σου Παπαϊωάννου               salute a te Papaioannu**.
 
* "romeika" perché il greco è la lingua di Costantinopoli, seconda Roma.

** Papaioannu è l’autore della canzone.

 

Grazie all’inesauribile rebetis, ghias-sou, filé Mou

HOLDEN CAULFIELD LIVES

Chapman-sorry-for-slaying-Lennon

L’8 dicembre 1980, Chapman si appostò davanti all’entrata della residenza di Lennon, il palazzo The Dakota in Central Park a Manhattan (New York City). Quando il musicista uscì di casa, Chapman gli strinse la mano e si fece fare un autografo sulla copertina dell’ultimo album di Lennon, Double Fantasy.
Quindi, Chapman rimase sul posto per altre 4 ore in attesa. Alle 22:50, vedendo Lennon che rientrava insieme alla moglie Yoko Ono, Chapman lo chiamò, disse «Mr. Lennon!» e poi gli esplose contro cinque colpi di pistola. Quattro dei proiettili colpirono Lennon e uno di questi trapassò l’aorta; Lennon fece in tempo a fare ancora qualche passo mormorando «Mi hanno sparato» prima di stramazzare al suolo.
Al momento dell’omicidio, Chapman aveva con sé una copia de Il giovane Holden. Dopo aver sparato, rimase impassibile sulla scena del crimine, tirò fuori la sua copia del libro e si mise a leggere fino all’arrivo della polizia.
Chapman venne arrestato senza opporre resistenza. Tre ore dopo il suo arresto, Chapman affermò: «Sono sicuro che una grossa parte di me sia Holden Caulfield…».*


(Archie Shepp, Horace Parlan – Trouble in mind)


*(Wikipedia)

(CONTINUA…)

AMAN DOKTOR

Di quale malattia soffro veramente?
Quali le ferite che non si rimarginano mai?
quali le lame che me le procurano?
Dove, ditemi dove si trova quel dottore che è capace di curarle?

Perché non mi dici dove si trova
questo dottore che guarisce ogni ferita,
aman dottore,
che guarisci tutte le ferite…

Così inizia la mia ferita i cui lembi vengono tirati da una parte e dall’altra del Bosforo

 

Melina Aslanidou mi stregò tempo fa, la conobbi nella taverna di un Mangas di Splinder, e in quella stessa taverna questa notte ho conosciuto lei, una musicista e cantante turca di cui non so nulla, nemmeno il nome.

Di lei posso dire che la sua bellezza, la grazia della sua voce, l’incomprensibilità della sua lingua, aprono in me la profondità della distanza, della nostalgia, un oriente straniero che non ha mai smesso di parlarmi, ma che neanche mai mi ha preso se non per le sottili trame che ha avvolto intorno al mio cuore.
La sua eleganza e compostezza, il suo colore nero, come la terra nera, mavri ghis, la terra d’esilio, le sue dita che tessono suoni di luce e la sua voce che chiama senza smorzarsi.

Di Melina so di più, i suoi occhi mi avvolgono e soffocano, mi tagliano con la loro presenza, la sua voce è più aspra, greca, fatta di lotta e di sole, di promesse e di sfide.
Non è elegante, troppo vicina all’occidente, molta della sua musica non mi piace, ma con il serramanico che tiene nella borsetta è capace di tagliare il lungomare e spalancare una bellezza antica e viva, di graffiare la pelle di un’abitudine e guardarti mentre sanguinante la ami.

Io do forfait, non ce la faccio più, non so più chi sono, queste due donne mi hanno trasformato in un Cherubino mozzartiano, in un fantoccio che balla solo, con le braccia aperte e il passo esitante, come il burattino di Goya.

Perchè non mi dici dove si trova
questo dottore
che guarisce tutte le mie ferite…
…aman aman dottore, dimmi cosa fare
io soffro
ecco prendi i soldi, prendi quello che vuoi
per guarire il mio cuore
aman aman dottore!

goya-LePantin-ElPelele

THE PEACOCKS

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Sono stato a trovare la baronessa Nica e accomodato su un sontuoso divano ho potuto ascoltare un disco.
Il titolo del pezzo di cui vorrei parlarvi è The Peacocks, i pavoni, l’autore Bill Evans e l’ospite del concerto Stan Getz.
Di quest’ultimo si sente parlare di rado, credo che sia il musicista più imbarazzante della storia del jazz, il grande successo gli venne dalla breve stagione brasiliana con Tom Jobim e Astrud Gilberto con cui incise i dischi fondamentali, (per l’occidente musicale) di questa nuova musica, la Bossa nova.
Certo che ascoltare il solo di sax di The Girl from Ipanema è un’esperienza, ti scalda il cuore, ma non fa giustizia ad un musicista che continuò a migliorare fino agli ultimi capolavori che incise prima di morire.
Un critico musicale diceva del suo suono, che era diventato più scuro, come il buon legno quando invecchia.
Di nessun musicista jazz credo si possa dire altrettanto, che cioè gli ultimi dischi sono migliori di quelli del periodo di maggior successo, ma non è solo per questo che definisco imbarazzante Stan Getz, ma per il fatto che in tutta la sua musica tutto è sempre melodia, canto, lirismo, mai ha ceduto alla tentazione di riempire qualche battuta di un suo solo con dei pattern, delle scale o degli arpeggi, in ogni istante della sua musica c’è un’invenzione, un tema, una frase compiuta, "The Sound" era il suo nickname.

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Pochi l’hanno potuto imitare, perchè la sua tecnica era prodigiosa, e dopo morto, a parte le doverose commemorazioni, è stato quasi dimenticato, considerato uno stilista, un pezzo di passato, un mobile troppo bello in una casa tecnologica.
Non è successo lo stesso a Bill Evans che è invece il pianista più imitato e quello che attira maggiormente i pianisti di estrazione classica.
Bill però suonava le scale, (perciò è tanto imitato e osannato), ma una scala suonata da lui aveva un profondissimo senso melodico, era per così dire inimitabile, l’indifferenza che mi trasmettono tanti pianisti evansiani è pari al calore e alla commozione della sua musica.
Di tutti i musicisti che hanno suonato una tastiera lui è quello che più di ogni altro ha evocato il soffio, fino a lasciarmi senza fiato.

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Ma veniamo al pezzo che ho ascoltato in quel salotto in penombra, (se penso a chi ci è morto sul divano che mi ospitava…); perchè i pavoni hanno attratto così tanto un personaggio schivo e timido come Bill Evans e perchè il contributo di Stan Getz a questa esecuzione è così perfetto?
Forse perchè la sua costruzione contiene lo splendore della sua immagine, splendore che richiama un vizio come la superbia, ma anche il senso di contemplazione e umiltà che ci coglie se lo osserviamo nella sua cosmologica perfezione.
Questi due sensi, lo splendore e un’intima commozione accompagnano l’ascolto di questa musica, il dialogo fra due dei più grandi musicisti bianchi del ‘900.
Stan Getz aveva detto, a proposito dei pianisti, che lui non desiderava un pianista che lo accompagnasse, ma uno che lo proteggesse, infatti la sua improvvisazione ha sempre il tessuto diafano della fragilità di un’emozione, e la ingegneristica delicatezza di Bill Evans, non meno aerea, ha una solidità armonica che può sostenere e accogliere anche un’anima così ingombrante come quella di Stan Getz.
Noi ascoltiamo nel sax l’emozione e nel pianoforte la bellezza complessa dei pavoni, un’alchimia di bagliore discreto e di incedere imperiale, ma anche un cuore sopraffatto, sospeso al soffio che ci prende la gola quando passiamo accanto alla felicità senza poterla afferrare.

Un pezzo così non si suona impunemente, l’umiltà che richiede è pari alla sua fulgente ampiezza e meraviglia.
Un piccolo musicista, uno che cammina vicino ai muri e che impacciato sale su un palco con uno strumento così piccolo, lui poteva ritrovare un nuovo senso a questa musica senza perderne l’intimità e la dolcezza.
Toots Thielemans, e a Nica, dolce amica, dedico questo pezzo.

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What a Wonderful World

a Perugia lo vidi per la prima volta, era magro, nervoso e cantava, urlava, Devil's blues.
Fece un solo che mi lasciò pietrificato, si, come un sasso, in una valanga.
Era il quintetto di Mingus nel periodo della rinascita, dopo gli atroci eventi che causarono il suo allontanamento dalle scene, lo sfratto dal Jazz Workshop, il camion che caricava tutta la sua vita per buttare tutto in una discarica.
Quando ricominciò lo fece con questo essere unico e inimitabile in cui vive la tradizione più profonda insieme alla rabbia del free.
Mingus avrebbe potuto rinunciare a tutto, meno che alla generosità più completa, in un'epoca in cui i giovani si costruivano una tecnica ineccepibile studiando Coltrane con la stessa diligenza con cui preparavano un concerto di Brahms per un esame al conservatorio, George Adams pescava nel suono degli honkers del R&B, nella furia di Albert Ayler e di Archie Shepp, come nel loro intramontabile lirismo.
Un poeta cerca il fuoco in ogni cosa, come ci arriva è un fatto secondario, la qualità è naturale conseguenza di un impegno, di un amore sconfinato.
Nei suoi soli non sentirete una scala, un arpeggio, solo frammenti melodici urli e sussulti di un'anima che non riesce a non regalare tutto di se, un sacco di blues.
Non riesco a dire null'altro, guardo e riguardo questi due miracoli.


Come non riesco a dire altro? questa è la terra dei miracoli e c'è sempre qualcosa che trafigge il mio cuore, e a volte è qualcosa che non può che arrivare dal cielo.
Parliamo di Don Pullen, pianista fantasmagorico, da oggi lo riconoscerete solo guardando le sue mani, mani di vietcong, mani che non suonano, raccolgono e distribuiscono rivoluzione e amore.
Ve lo presento qui sempre con Mingus, Adams, e un paio di ospiti di riguardo, uno in particolare.
Il brano è così famoso che youtube ha tagliato il tema, Goodbye pork pie hat, un universo in cui il basso del leader sostiene più ancora dell'universo, parafrasandolo; Dio è un tipo bizzarro, suona come Charles Mingus.
Il primo solo, bitter-sweet, elegantissimo e commosso, è di Mulligan, ma ciò che viene dopo è il vero miracolo: Benny Bailey, che insegna qualcosa di fondamentale, che non tutte le divinità stanno sull'olimpo.

E non è finita, di questo piccolo musicista che pochi conoscono, come succede a molti grandi poeti, il topo ha scovato qualcosa di inpensabile nella sua polverosa dispensa.
Chi mi conosce sa che cose così succedono nei momenti in cui l'etereo fa incontrare gli uomini del jazz, i vivi con i morti, i ghetti con i ghetti, l'anima nera americana con l'unico posto in cui c'è, in Europa, un blues autoctono.
Quel corridoio umano tra occidente infame e oriente bellicoso che va dalla Serbia a Cipro, per questa confluenza di sangue e speranza vorrei dedicare questo post a una delle donne che più profondamente ha segnato la mia presenza in rete, a Barbara.

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I Remember Sarajevo, Benny Bailey and his Orchestra

SILENZIO

Qualcuno lamenta il mio silenzio, in questo blog che sembra il corridoio di un film di Bergman; ormai si sentono persino i passi di un insetto, ma c’è una ragione, una fra le altre di cui forse vale la pena parlare.

Sono malinconico, malinconico come un innamorato lontano dall’oggetto del suo amore, come Baptiste Debureau di Les enfants du paradis.
Mi succede così ogni volta che nelle mie visioni mi capita di individuare, localizzare, percepire che una donna è la più bella donna del mondo.
Negli amori impossibili si riversa un sentimento raro, una pienezza, un senso di totale abbandono, infatti nessun amore terreno è aperto al possibile infinito come l’amore per un’immagine.

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Maggie Cheung in qualche modo rappresenta per me, non solo la bellezza che supera ogni altra, ma nei suoi ruoli, in particolare in "In the mood for love", ma anche nell’epico "Hero", rappresenta insieme l’oggetto e il sentimento stesso.

In 2046 Tony Leung cerca, dopo la perdita dell’amore per Maggie, un amore riflesso nell’oscura e sensuale Gong Li.

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Ma non è possibile, la bellezza straziante e sofferta di questa non può resistere al ricordo dell’altra, lei lo sa e lo lascia nella sua corsa impossibile degli amori consumati.

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Quando suono vorrei che le mie note seguissro il corso dei suoi sguardi, dei suoi silenzi e della sua attesa sconfinata, la sua eleganza astratta satura di languore composto, vorrei che esercitassero la stessa ascetica attrazione, lo stesso universo di sensi taciuti.

Zhāng Yìmóu, che con lei non ha lavorato molto, sedotto come è stato da Gong Li, ha immortalato su pellicola la miglior scena di sesso della storia del cinema, in "Ju dou" la moglie oppressa del brutale e dispotico tintore di stoffe si innamora del garzone, giovane e delicato e nella fossa dove si conservano i colori si unisce a lui.
L’atto è rappresentato dallo srotolarsi delle lunghe pezze rosse gialle e arancio dalle lunghe aste su cui sono stese ad asciugare, producendo un senso di emozione e di passione per qualcosa di cui non si vede nulla.

Maggie Cheung è questo, e lo supera, perchè nell’attesa del suo sguardo e della sua figura essenziale nasconde un universo al quale un occidentale non osa neppure pensare e che un orientale si illude di dominare.

maggie
Mi sono chiesto con che musica potessi mostrare questo sentimento, se una melodia orientale o un solo di sax, o un blues di Ravel.
Ma c’è, c’è la musica che racconta quello che accade nel mio cuore ellenico, straziato tra oriente e occidente, un mondo in cui ho trovato più di quello che cercassi.

(Di Sotiria Leonardou parleremo un’altra volta.)


Aman amaaaannnn

Quando nasce l’uomo
nasce una passione
quando infuria la battaglia
il sangue non si conta

Brucio, brucio
getta altro olio sul fuoco
annego, annego
gettami in fondo al mare

Ho giurato sui tuoi occhi
che avevo per Vangelo
la coltellata che mi hai dato
di trasformarla in sorriso

Brucio, brucio
getta altro olio sul fuoco
annego, annego
gettami in fondo al mare

Aman amaaaannnn

Ma tu nel profondo dell’inferno
rompi la catena
e se mi tirerai al tuo fianco
che tu sia benedetto

Brucio, brucio
getta altro olio sul fuoco
annego, annego
gettami in fondo al mare

Ancora una volta ricorro all’ottimo Rebetis e al suo meraviglioso lavoro di traduzione di musiche che altrimenti ci resterebbero ignote