Wake up alone

“Dai, beviamone un altro”

“ok, poi guidi tu…”

“no, sai, è che non riesco ad abituarmi a quest’idea”

alziamo il bicchiere e lo tiriamo giù in un sorso.

“No, all’idea che non ci sia più”

“Ma chi?   cazzo sei sempre enigmatico, e se bevi è anche peggio”

“non lo sai? ne parlano tutti e tu sei l’unico stronzo che non lo sa”

lo guardo, quegli occhi da pesce bollito annaspano cercando di essere convincenti

“No, non lo so, non so che cosa è successo, se non ti disturba troppo farmelo sapere…”

“E’ morta, morta, l’hanno trovata in casa sua a Camden Square l’altra mattina”

“Ok, mi dispiace un botto… ma mi dici chi cazzo è che è morta?”

“Amy…”

“Winehouse?”

“Si”

“Cazzo”

“Già”

“Bisogna festeggiare, cioè, volevo dire ricordarla.. Tony! altri due per favore”

aspettiamo che Tony ci serva, Tony è un grande, quando gli chiedi di riempirti il bicchiere non dice mai di no.

Alziamo i bicchieri

“A Amy…”

e li vuotiamo

“Ti piaceva così tanto?”

“Una diva, una vera diva in un mondo di professioniste”

lo guardo e annuisco

“Capisco…”

“No, tu non puoi capire, non hai mai capito una sega di musica”

“Probabilmente hai ragione, ma sei uno stronzo a dirmelo così, uno stronzo…”

si gira verso Tony e gli fa segno con l’indice e il medio, altri due

“Adesso questo stronzo ti spiega un paio di cose pivellino che non sei altro, normalmente ti avrei scassato il naso con un pugno, ma ti voglio bene e ti spiego qualcosa che in tutto il mondo siamo in pochi a sapere”

arrivano i bicchieri pieni e li restituiamo vuoti

“Sai che differenza c’è tra una professionista e una diva?”

“Pendo dalle tue labbra…”

“Allora, una professionista non sbaglia mai, costruisce la sua carriera con meticolosità, e se per mantenere lo status si fa di coca ed esagera, la ricoverano senza dire niente a nessuno, fino a quando è pronta per tornare in scena”

“E cosa c’è di male?”

“Guarda che te lo tiro adesso il cazzotto, taci e ascolta, i tuoi commenti del cazzo li lasciamo alla fine”

annuisco

“Una diva, che faccia giusto o che sbagli è sempre una diva, la professionista non può permettersi lo sbaglio, ma dallo sbaglio della diva tu puoi imparare qualcosa, c’è qualcosa di grande anche quando la fotografano in un cesso a farsi, cosa che distruggerebbe la carriera di una professionista, ti è entrato il concetto in quella testa di cazzo che ti ritrovi o no?”

“No, non ho capito cosa vuoi dire, sarebbe la solita palla di genio e sregolatezza, che due coglioni…”

“Lascia perdere tanto non capiresti neanche se te lo spiegassi trecento volte, beviamone un altro”

“poi guidi tu però…”

SMYRNEIKO MINORE

Il minore è ciò in cui più frequentemente mi inabisso, quando suono, quando fantastico e quando scrivo.
Il modo minore è l’Aleph che contiene il mio universo, l’incontro con il minore di Smyrne, come con il minore dell’alba, che vi ho già presentato, e con gli altri minore micrasiatici e serbici che vi presenterò, ha determinato finalmente il titolo del mio libro, titolo che renderò pubblico il giorno che saprò se verrà pubblicato oppure no, e quindi servirà soltanto a rallegrare gli amici che avranno voglia o piacere di leggerlo.

Per ora vi basti questo Smyrneiko minore

LE PROFONDITA’ DEL MARE

Cos’è il pessimismo, e, per inciso, è questo; pessimismo?
Qualcuno di voi conosce, ha esperienza di amore che non porti con se questo senso del distacco, della lontananza, del morire nell’assenza?
Io no, non ci credo, anzi sono convinto che senza questo smarrimento, difficilmente si possa attingere nulla dell’amore.

Oggi, ieri ormai, un ieri di 558 anni fa, nel 1453, finiva il medioevo, definitivamente e si apriva l’età moderna.
La caduta della Città, la Città delle città, Costantinopoli, segna la fine dell’impero romano come entità politica, e si apre quella voragine umana che sono i Balkani.
Dell’impero ne abbiamo ancora un frammento autentico nella repubblica monastica del Monte Athos, unica e ininterrotta eredità di ciò che fu la civiltà dell’occidente e del medio oriente.
Una leggenda bizantina narra che il giorno prima della battaglia in cui perse la vita combattendo, l’Imperatore Costantino ebbe una visione; la Madre di Dio prese forma da un’icona e gli disse: “Rendimi la corona”.

Cosa significa? che l’impero romano non avrebbe più avuto sede visibile, ne Imperatore, che quel giorno, con la caduta dell’ultimo baluardo terreno, l’impero romano sarebbe morto.
In una Chiesa di Costantinopoli, (Istambul come si dice oggi), c’è un grande affresco che rappresenta l’Anastasi, la Resurrezione, fu dipinto poco prima della caduta, (Già i marinai greci cantavano “Meglio il turbante turco che la tiara romana, avendo conosciuto i crociati), ma trasmette un tale vigore.

La figura del Cristo risorto chiama a se Profeti, Progenitori, Santi e Imperatori, un’immagine che regala una certezza, che ciò che muore passa ad un livello superiore.
La fine dell’impero coincide con la trasposizione del dominio degli imperatori ortodossi, alla chiesa ortodossa, ogni cristiano ortodosso ha da allora la cittadinanza romana, la realtà terrena si trasforma in realtà spirituale, inesauribile.
Per celebrare questa data di lutto e gloria, di coraggio e sacrificio, di speranza e amore, ho due canzoni, una di caduta e sconfitta, l’altra di vigore e vittoria sull’ade, le due facce della medaglia che ci è stata donata.

Βαθειά στη θάλασσα θα πέσω  cadrò nelle profondità del mare
να με σκεπάσει το νερό             l’acqua mi ricoprirà
τη δύστυχη ζωή που κάνω        la misera vita che ho
να την αντέξω δεν μπορώ        non posso più sopportarla

Θα ξεχαστώ από τους φίλους   Essere dimenticato dagli amici
θα με ξεχάσουν συγγενείς        mi dimenticheranno i parenti
και θα χαθώ σ’ αυτά τα βάθη    e perso nelle profondità
που δε θα τα πάτησε κανείς     certo qualcuno mi passerà sopra

Βαθειά στη θάλασσα θα πέσω   cadrò nelle profondità del mare
να με σκεπάσει το νερό             l’acqua mi ricoprirà
τα κύματα να μ’ αγκαλιάσουν     per abbracciare le onde
το φως να μην το ξαναδώ           e non rivedere la luce

Giorgos Zambetas, Βαθειά στη θάλασσα (le profondità del mare)

Φραγκοσυριανη

Markos Vamvakaris fu il patriarca rebetiko, il musicista che ha caratterizzato più di ogni altro il mondo degli esuli anatolici, dopo la catastrofe del ’22, quando circa un milione di greci fuggirono dalle coste della turchia in seguito al grande massacro che seguì la disfatta dell’esercito greco in Anatolia.

Ma questa è storia, di lui che dire, era nato a Syros, isola greca abitata da una grande enclave cattolica romana di cui faceva parte, i syrocattolici, a dodici anni si trasferisce per sfuggire un arresto e finisce al Pireo, dove si raccoglie la più grande comunità di profughi, insieme a Salonicco.
In quegli “Slums”, nei Tekè, le fumerie di hashish, Markos sente suonare i bouzouki, giura di tagliarsi una mano se in sei mesi non impara a suonare questo strumento, e ci riesce.
Il mangas Markos diventa il caposcuola della musica rebetika come si è formata in Grecia, ma è una musica che nasce prima, in turchia, e prima di lui ci sono molti musicisti, ma lui è quello che la fa conoscere al mondo.
Fine della lezione, in verità mi interessa sempre poco la filologia, anche se regala notizie impagabili e rilevanti per capire lo spessore antropologico della persona, come quando una televisione tedesca lo chiamò per un documentario, lui suonò come sempre, con grande passione, poi venne il momento della paga e gli offrirono 50.000 dracme, lui chiese se erano pazzi, un musicista rebetiko in un locale, per una serata ne prende duecento, e quello dovevano pagare, se ne andò e continuò la sua vita di musicista.

Quello di cui voglio parlarvi è la filologia che avviene per episodi dell’anima, quando succede che qualcosa rivela ciò che c’è dentro qualcos’altro.
La sua canzone più famosa è “Frangosyrianì”, dedicata all’incontro che ebbe su una spiaggia di Syros, con una ragazza della sua stessa religione, una sirocattolica, o meglio sirofranca, essendo “Franchi” il termine che in Grcia definisce i cattolici, visto che gli epiteti “Romano” e “Cattolico” appartengono entrambi all’ortodossia.
La canzone è caratterizzata da un ritmo tipicamente rebetiko, propedeutico al ballo Zibekiko, danza maschile propria dell’ambiente.

Ma c’è sempre, nella sua musica, il senso dell’esilio, del sogno e della terra lontana.
Non so se sono io, ma non riesco a distinguere mai, nettamente, il senso dell’amore dal senso spirituale della nostalgia del paradiso perduto.
Ecco, quando ho incontrato la versione di Fleury Dadonaki, sono rimasto interdetto, subito non la volevo riconoscere come vera, non capivo, ero così legato all’impressione della danza rebetika di Markos che sono ammutolito.

Poi ho dovuto arrendermi, e di più, sono piombato dentro il mood nascosto di Frangosyrianì, in quel sentimento così lunare e malinconico che il mangas Markos celava nel petto quando ha composto il suo capolavoro che echeggia di sole e felicità.
Non so se sia giusto rivelarlo come ha fatto Fleury, ma certo l’ha fatto e non si torna indietro, e io la ascolto e riascolto Markos, e partecipo di questa lontananza, nell’esilio che ci unisce e tiene distanti.

Μία φούντωση, μια φλόγα         Ho un fuoco una fiamma
έχω μέσα στην καρδιά               nel mio cuore
λες και μάγια μου ‘χεις κάνει      come se tu mi avessi fatto una magia
Φραγκοσυριανή γλυκιά              dolce sirocattolica
λες και μάγια μου ‘χεις κάνει     come se tu mi avessi fatto una magia
Φραγκοσυριανή γλυκιά             dolce sirocattolica

Θα ‘ρθω να σε ανταμώσω        Verrò a incontrarti
κάτω στην ακρογιαλιά               di nuovo sulla riva
Θα ήθελα να σε χορτάσω         voglio godere dei tuoi baci
όλο χάδια και φιλιά                    e dei tuoi abbracci
Θα ήθελα να σε χορτάσω          voglio godere dei tuoi baci
όλο χάδια και φιλιά                     e dei tuoi abbracci

Θα σε πάρω να γυρίσω             Ti porterò in tutti i luoghi
Φοίνικα, Παρακοπή                    Fìnika, Parakopì
Γαλησσά και Nτελαγκράτσια      Galisà e Delagràtsia,
και ας μου ‘ρθει συγκοπή           anche se mi venisse un colpo
Γαλησσά και Nτελαγκράτσια      Galisà e Delagràtsia,
και ας μου ‘ρθει συγκοπή           anche se mi venisse un colpo

Στο Πατέλι, στο Nυχώρι              Ci divertiremo a Patéli
φίνα στην Αληθινή                      Nichòri e in Alithinì
και στο Πισκοπιό ρομάντζα         e ci innamoreremo a Biskopiò,
γλυκιά μου Φραγκοσυριανή       mia dolce sirocattolica
και στο Πισκοπιό ρομάντζα         e ci innamoreremo a Biskopiò,
γλυκιά μου Φραγκοσυριανή        mia dolce sirocattolica

IL MINORE DELL’ALBA

Probabilmente è la più bella canzone che abbia mai sentito.
Me, voi mi conoscete, no? è difficile credere a quello che ho detto, ma che posso fare, non posso ascoltarla senza piangere, in qualche modo raccoglie tutta la bellezza delle canzoni che ho amato di più, in così poche parole le contiene tutte, senza lasciare fuori niente.

Forse dico questo solo perchè sono così, perchè il mio cuore si sente vicino al lasciare qualcosa che mi è troppo vicino troppo caro, forse questo senso del lasciare all’alba, questo inevitabile esilio, è qualcosa a cui non ci si abitua, una ferita che resta aperta, come lo è sempre il sentimento dell’amore.

Ξύπνα, μικρό μου, κι άκουσε               svegliati  piccola mia, e ascolta
κάποιο μινόρε της αυγής,                    ascolta il “minore” dell’alba
για σένανε είναι γραμμένο                   è scritto per te
από το κλάμα κάποιας ψυχής.            viene dal grido di un’anima

Το παραθύρι σου άνοιξε                     apri la tua finestra
ρίξε μου μια γλυκιά ματιά                    volgimi un dolce sguardo
Κι ας σβήσω πια τότε, μικρό μου        e lascia che scompaia, piccola mia
μπροστά στο σπίτι σου σε μια γωνιά. oltre l’angolo di fronte a casa tua

Prosevki tou manga

La preghiera del Mangas.
In questo titanico, per me, lavoro di scrittura, e nel più piacevole ascolto in cui mi rigiro in questi mesi, ho a che fare con questa figura, il Mangas.
E’ difficile descrivervi cosa o chi sia, la parola a cui si associa più direttamente, anche come spirito è Manouche, il gitano, forse dall’indoeuropeo manas, in un certo senso l’uomo per eccellenza.
Proviamo a dire cosa fa.
E’ un frequentatore dei Tekè, le taverne dove si suona la musica rebetika, dove si fuma e si balla lo Zibekiko, porta il coltello e il comvoloi.

Folkloristico, non c’è che dire, ma guardando più attentamente, ci sono delle attitudini che per quanto mi riguarda sono fondamentali.
Io direi che un mangas ha il rififi, ha una concezione un po’ arcaica dell’onore, è elegante, ama la musica degli esuli anatolici, spesso è musicista, anzi non credo che un musicista rebetiko possa definirsi tale senza essere un mangas.
Si trovano figure simili in diverse parti del mondo; dove si balla il tango, dove si suona il blues, trai gitani, dove si canta il fado, il flamenco, lo spirito che lo caratterizza, per usare un’espressione più famigliare, è il duende.
E ha una forma peculiare di religiosità

Θεέ μου μεγαλοδύναμε

Θεέ μου μεγαλοδύναμε                     Dio mio onnipotente
που’σαι ψηλά εκεί απάνω                 che stai lassù
ρίξε λιγάκι τουμπεκί,                          Butta giù un po’ di tubeki
Θεούλη μου                                       Mio buon Dio
στον αργιλέ μου απάνω                    Che riempia il mio narghilè

Ανάμεσα στης εκκλησιάς                  Al centro della chiesa
τις κόκκινές καμάρες                         tra gli archi rossi
ανάβαμε τις τσιγαριές,                       accendevamo le “sigarette”
Θεούλη μου                                      mio buon Dio
σα να’τανε λαμπάδες                        come candele

Μπρος στον Άγιο Σπυρίδωνα           Davanti a San Spiridone
με τ’άσπρα του τα γένια                    con la sua barba bianca
τραβάω μία ντουμανιά,                     tiro una boccata
Θεούλη μου                                      mio buon Dio
πληγομαι στα γέλια                          annego dal ridere

Κι όταν ανάψει ο αργιλές                E quando si accende il narghilè
κι έρθουμε σε ντουμάνι                   e ne esce un fumo denso
στείλε όλους τους αγγέλους σου,    invia tutti i tuoi angeli,
Θεούλη μου                                    mio buon Dio
να πουν το νάνι νάνι                      a cantare la ninna nanna

La traduzione è mia, dove non capivo ho improvvisato, lentamente questa lingua meravigliosa mi entra nel cuore, ma farla uscire dalla bocca è ancora un’impresa.
Ogni contributo è benedetto.

Bene, e con questa preghiera vi saluto tutte e tutti e ci vediamo dopo la Resurrezione del Signore

BABEL

L’incomprensibilità del mondo è totale, ma qualcuno sa mostrarla nella sua grazia viva, se permettete ripubblico qui un post che pubblicai su un altro blog, tempo fa, spero che vi piaccia, perchè è una riflessione su uno dei migliori film degli ultimi trent’anni,

Su Babel

E’ talmente evidente che sembra inutile dirlo, ma il cinema è fatto dalla macchina da presa.
Eppure, ci sono pellicole di cui ricordo la storia, il personaggio femminile, quello maschile persino, la musica, ma quelle veramente importanti, per me, le ricordo per le inquadrature.
Se, per assurdo, spogliamo un film delle sovrastrutture; togliamo il grande attore, la musica, le parole, ci resta il puro lavoro di un regista, la ripresa e il montaggio.
Io credo che ogni volta che il mondo del cinema ha visto un traguardo, per quanto effimero, un punto di svolta, lo deve principalmente a questi due elementi e al loro uso.
Babel sembra appartenere a questa schiera.
Di Inarritu ho visto tempo fa “21 grammi” e mi ricordo bene le inquadrature, mi colpì meno la circolarità della narrazione che trovai un po’ un artificio letterario, ma la capacità di mostrare con la macchina da presa i sentimenti nel loro semplice accadere l’avevo trovata strabiliante.
Babel porta a compimento questa capacità in modo devastante, consegnando in gran parte il racconto alla vista e all’intuito dello spettatore.
La grande capacità affabulatoria di Inarritu, la semplicità e la densità del racconto che si dispiega nella circolarità di un effetto farfalla che diventa globale, qui non stupisce. Qui si percepisce come reale poichè tutto accade inevitabilmente nelle conseguenze di atti d’amore disordinato, riportato all’ordine dall’implacabile azione della grazia.
Un film sul Karma direbbe un buddista, ma significherebbe farne una categoria filosofica, del film e del Karma.
Forse l’ultimo film che vidi e che mi colpì così a fondo fu “Il tempo dei gitani” di Kusturica, questa grande pulizia nel vedere il bene e il male che accadono nella vita, questa libertà di mostrare la miseria e la grandezza intima di ogni uomo, l’attualità persino di certi temi perde il sapore della denuncia e assume il ruolo di accidente inevitabile che rivela come sopra tutto vinca, o debba vincere, l’amore, nei modi più violenti anche, e che a questo miracolo ogni condizione umana possa accedere.
L’arrivo di un fucile nella povera famiglia di pastori del Marocco, la crisi coniugale di una coppia americana in viaggio di riconciliazione, il matrimonio in Messico del figlio della domestica e la disperata ricerca di amore nella sua forma più basica della giovane sordomuta giapponese che chiude il cerchio, e che mi ha veramente travolto per la cristallina pietas con cui il regista la narra, sono legati assieme da una semplice foto ricordo sullo scaffale della casa di Tokyo.
Ognuna di queste limitate e personali condizioni è specchio di tutto ciò che succede, dell’amore che a dispetto dell’incomunicabilità si fa strada con ogni mezzo, persino con l’assenza.
In questo, nessuno dei personaggi è privato di una partecipazione totale, se non può parteciparvi con la felicità lo fa con il dolore, che forse è, alla fine, sempre il sangue delle narrazioni più vere e più belle.
Ecco, il dissolversi delle figure esemplari, dei modelli di comportamento che, in fondo, anche il miglior cinema di denuncia sociale sacrosanta non può non mettere in atto, lascia il posto a persone reali, che vivono nella naturale privazione, come, come, come… dovrei raccontare tutto il film.
Si, ci sono indubbiamente momenti di maggior intensità, ma tutto è saturo della presenza che permea la storia, sempre c’è la percezione dell’imminenza, punteggiata da pause di tenerezza che non sai se non rendano addirittura le cose più difficili denunciandosi così brevi e fugaci, lasciando sempre troppo presto la scena all’ansia del vivere.
Questo film è sorretto da un rigore assoluto, un rigore buono, nutrito dalla passione di chi mostra le cose come sono, che pur nel loro accanirsi violento sono necessarie all’uomo che vede se stesso per quello che è.